mercoledì 24 aprile 2019

L'intervista. Salvatore Lupo: “Ministro, altro che derby la democrazia corre rischi”


CLAUDIO REALE
«Contrapporre la liberazione dal fascismo e la lotta alla mafia non ha senso. Possiamo celebrarle entrambe, e con quelle celebrare la liberazione della donna o il suffragio universale. Sono tappe di un processo storico che bisogna rivendicare e difendere». Lo storico Salvatore Lupo non accetta la logica del ministro dell’Interno Matteo Salvini, che domani sarà a Corleone per provare a spostare l’attenzione dall’antifascismo all’antimafia: «Siamo nel 2019 — ha detto il ministro degli Interni annunciando la sua partecipazione alle iniziative in provincia di Palermo — e mi interessa poco il derby fascisti-comunisti. Mi interessa il futuro del nostro Paese». «La pacificazione — ribatte Lupo — è un argomento con una sua tradizione. In genere viene invocata dai neofascisti. Salvini, invece, dice che tutto questo non esiste più, che è solo un trucco dei suoi avversari per cambiare argomento. E invece è lui a cambiarlo».
Ecco, siamo al punto: come sta la nostra democrazia?

«La nostra democrazia è a un brutto passaggio. Io capisco che moltissimi definiscano i rischi che corre attualmente la nostra democrazia come fascismo: fa parte del linguaggio politico. Bisognerebbe dire però che questo ha poco a che vedere col fascismo storico».
Perché?
«Perché il fascismo storico si collega con un tempo specifico, quello fra le guerre mondiali, e ha una funzione: la risposta ai problemi di una transizione politica. È irripetibile, per fortuna: perché quella risposta fu catastrofica».
Quindi chi evoca il fascismo oggi sbaglia?
«Non sono d’accordo con chi dice che c’è un problema di rinascita del fascismo. Ma ammetto che il linguaggio radicale possa usare delle parole per evocare dei concetti».
Si spieghi meglio.
«Se io voglio dire a una persona che è prepotente gli darò del mafioso. Non è letterale, ma fa capire. Ecco: chi vuol usare una definizione radicale non ha bisogno della mia autorizzazione. Non ha bisogno dell’autorizzazione degli storici».
L’esempio sulla parola “mafioso” era particolarmente calzante, visto che la contrapposizione che fa Salvini riguarda proprio mafia e fascismo.
«Nessuno mette in dubbio l’importante della battaglia contro la mafia. La liberazione dal fascismo è però una tappa di avvicinamento alla nascita della nostra Repubblica democratica, ed è dunque una precondizione per tutto ciò che siamo, anche per Salvini».
Questa data, quest’anno, assume un significato diverso? Cosa bisognerebbe fare per celebrarla?
«Per me che faccio lo storico e che sono nato nel 1951 questa data ha sempre assunto lo stesso significato. I movimenti, però, fanno bene a cercare di riempire questa occasione con una risposta ai pericoli per la democrazia. Anche perché, se Salvini avesse voluto, avrebbe potuto usare il Primo maggio: se davvero avesse voluto celebrare la lotta alla mafia, sarebbe potuto venire a Portella delle Ginestre fra una settimana. Le date hanno un significato in relazione a quello che rappresentano: io sono affezionato all’idea che il 25 aprile sia una tappa importante della democratizzazione passata».
Passata? Non è una lettura che va declinata al presente, dunque?
«No, ma i movimenti che fanno un investimento sul futuro fanno benissimo a virarla sui tempi che stiamo vivendo».
Cosa farà lei il 25 aprile di quest’anno?
«Forse niente. Tradizionalmente vado alle manifestazioni, ma forse adesso sono vecchio. Mi piacerebbe di più fare un seminario con i miei studenti».
È questo che dovremmo fare?
«È quello che faccio io. Nella storia che insegno io il fascismo c’è».
Dovremmo farlo anche noi? Ripassare la storia per non ripeterla?
«Ripassarla tutta, senza contrapposizioni. Parlando del 25 aprile o del 2 giugno. Parlando del 1861. La Liberazione e l’avvento della Repubblica sono date fondanti per chi crede nelle ragioni di questa democrazia. È evidente che in questo momento abbiamo un problema importante di investimento sul futuro. Chi è chiamato a farlo, a progettare l’Italia di domani, dovrebbe evitare di negare evocando derby o altre sciocchezze di questo genere».
La Repubblica Palermo, 24 aprile 2019

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