sabato 6 aprile 2019

Il mondo salvato dai ragazzini. “Io non sono d’accordo”: La lingua dei quindicenni ci insegna il coraggio


Concita De Gregorio
Il rap di Simone si potrebbe mettere in musica. Così com’è, tagliando solo un po’.
«Nun me sta bene che no, so’ minoranza che sì». C’è già anche il ritornello. Le strofe, se avete visto il video, le conoscete. «Lei sta a fa’ leva sulla rabbia della gente di Torre Maura, er quartiere mio, pe’ i suoi interessi». La canzone comincia così. Pensavo, vedendo questo ragazzino di 15 anni immobile e tranquillo davanti a un cinquantenne che gli si avvicina a dieci centimetri dal viso, che così fa un rapper. Sta. Dice. Non arretra, continua. E difatti Simone, che mentre parla muove la mano in una specie di tre — il gesto che segna l’hip hop — e toglie il cappuccio della sua felpa nera — la divisa dell’hip hop — solo quando il crescendo del discorso vuole, a ritmo di musica, questo sembra — in quelle immagini: un ragazzo che canta un discorso. Con le sue parole, con la sua lingua.

È che noi non abbiamo un Tupac, o un 50 Cent, o un Kendrick Lamar che di certo Simone come ogni quindicenne ascolta in cuffia. Non abbiamo, in Italia, una generazione di neri dei sobborghi delle metropoli che dicono in poesia la rabbia dei margini. Né un Eminem bianco, abbiamo. Forse sono in arrivo, forse sono le seconde generazioni — Ghali e Mahmood e gli altri — e sarà lì che si formeranno le coscienze dei nostri figli bambini: in quella musica. Perché di quella vivono, in quella crescono.
All’uso che Simone fa delle parole, pensavo. Che sono semplici, gergali, definitive.
«Nessuno deve essere lasciato indietro. Né gli italiani né i rom né gli africani». «Stare sempre contro le minoranze nun me sta bene». Guarda che io ho 50 anni, gli dice quello di Casa Pound.
«Pure mì’ zio c’ha cinquant’anni». Ma la tua fazione politica…, gli dice un altro. «Io so’ de Torre Maura, che non è nessuna fazione politica». Fine.
Nessuna fazione.
È la sintesi senza la malizia del marketing. Non c’è uno stuolo di sedicenti spin doctor che trasformano in slogan da 180 caratteri quel che hai da dire ma che da solo non sapresti comunicare: «Buongiorno amici, siete anche oggi d’accordo con me?». No. A quindici anni sei nato dentro quel modo di parlare, hai fretta congenita, vai diritto al punto, è il tuo lessico.
Ed è vero, quello che dici: ti corrisponde e si sente. Stai rappando, stai semplicemente parlando.
I ragazzini che vanno diritti al punto. Solo nelle ultime settimane Greta Thunberg, 16 anni, sul clima. Rami e Samir, i tredicenni del bus, su cosa sia essere italiani. E ora Simone, romano, che «a me i rom nun me cambiano la vita, che se er Comune de Roma nun dà i servizi a Torre Maura è colpa dei rom?».
La terza via, fra élite e popolo, eccola.
Le parole degli intellettuali non arrivano, e quando arrivano non servono: sono dense, sono troppe, rimbalzano sul pregiudizio di chi già pensa di sapere cosa diranno. Eh già, eh certo. Gli intellettuali. Le parole del popolo sono cariche di rabbia quasi sempre giusta, ma di approssimazione inevitabile. La competenza, la fatica di sapere sono merce di lusso caduta in disuso e additata, certo non per caso, come un disdoro. I sapientoni, gli euroburocrati, i competenti e i colti sono i nuovi nemici del popolo. Una minaccia alla volontà sorgiva della gente, è una vecchia storia e bisognerebbe stare attenti.
Poi ci sono i ragazzini. Che spesso cantano, a volte disegnano. Se no parlano e basta.
Dicono, per esempio: «Se mi vogliono dare la cittadinanza va bene ma io sono già italiano», questo è Samir, genitori marocchini. «Non voglio le vostre speranze, voglio che abbiate le mie stesse paure», questa è Greta, ai leader mondiali riuniti, sul fatto che quegli adulti «non siano abbastanza maturi per dire come stanno le cose». Frase da tatuarsi, un tempo si sarebbe detto da incidere sul marmo ma ora le statue siamo noi, i nostri corpi. Chi parla ai ragazzi, oggi — i veri intellettuali — sono quelli che fanno fumetti. Makkox, Zerocalcare, Gipi, Magnasciutti e tutti gli altri. Sono quelli che cantano nelle loro cuffie, i cui nomi probabilmente non vi dicono niente. Abbassa la musica, quando studi. Come fai a fare i compiti con la musica? Il fatto è che loro studiano la musica. E non era così diverso, qualche decennio fa, per noi. È solo cambiata la lingua della rabbia.
Sarà una coincidenza, può darsi, ma Rami e Samir, Greta e Simone abitano una periferia: esistenziale o fisica, geografica, sociale. Ci stanno, è la norma per loro: non si sentono vittime, semplicemente sono nati lì. Stare fuori è uguale a stare dentro, non c’è merito né colpa se nasci dove nasci. Quello è il mondo. Avere genitori egiziani o marocchini, un padre disoccupato. È normale, perché?, che c’è? «Io non sono d’accordo». «Io sono già italiano». Greta Thunberg ha la sindrome di Asperger, soffre di mutismo selettivo. «Parlo solo quando penso che sia davvero necessario», ha spiegato a chi le chiedeva. Solo se davvero necessario. Non sarebbe meraviglioso se lo facessimo tutti?
La Repubblica, 6 aprile 2019

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