martedì 26 marzo 2019

Palermo, una via per Pasquale Almerico, vittima innocente di mafia

Via Pasquale Almerico

Da lunedì 25 marzo la città di Palermo ha la via Pasquale Almerico, vittima innocente di mafia. Una intitolazione voluta dal sindaco Leoluca Orlando e dalla sua giunta, condivisa con i familiari e gli amici di Almerico, con l'amministrazione comunale di Camporeale, che hanno partecipato con commozione alla cerimonia. La strada (ex via dell'usignolo) si trova nella borgata di Bonagia, dove già tante strade sono state intitolate a vittime innocenti di mafia. In primo luogo i sindacalisti della Cgil, caduti sotto il piombo mafioso nel secondo dopoguerra. Insieme a loro adesso c'è pure Pasquale Almerico, il cattolico democratico che sognava libertà, democrazia, lavoro e sviluppo per la sua gente e per questi obiettivi ha sacrificato la sua giovane vita. GUARDA LE FOTO DELL'INAUGURAZIONE DELLA VIA 
LA MORTE ANNUNCIATA DI PASQUALE ALMERICO
di Dino Paternostro

Quella sera del 25 marzo 1957, la televisione italiana trasmetteva – ovviamente in bianco e nero - le immagini della storica firma sul trattato del Mercato Comune Europeo. Ma, allora, ad avere il “piccolo schermo” in casa erano in pochi e la gente si accalcava nei circoli o nelle sale parrocchiali per non perdersi lo storico avvenimento. Accadde così anche a Camporeale, paese agricolo di 7 mila abitanti, che da appena tre anni aveva “lasciato” la provincia di Trapani, per aggregarsi a quella di Palermo. In prima fila, al circolo “Italia”, c’era Pasquale Almerico, un maestro elementare, segretario della locale sezione D.C., che da 24 mesi era stato sindaco del paese. Almerico, 43 anni, scapolo, era un cattolico democratico e una gran persona perbene, che sognava un destino diverso per la Sicilia e per il suo partito. Finita la trasmissione, uscì dal circolo insieme a suo fratello Liborio, per fare quattro passi. Arrivato in via Minghetti, però, si accorse di essere stato circondato da cinque uomini a cavallo, armati di mitra, che cominciarono a sparare all’impazzata. Trenta, quaranta secondi di fuoco sul corpo del sindaco e di suo fratello, che caddero a terra in una pozza di sangue. A quel punto, uno dei killer scese da cavallo e si avvicinò con la pistola in pugno a Pasquale Almerico, sparandogli a bruciapelo per ben 7 volte: i “colpi di grazia”. Poi finì la luce e la strada piombò in un buio spettrale, rotto solo dalle urla disperate della vittima designata, del fratello e di altre persone che si erano trovate casualmente a passare. In lontananza, il rumore degli zoccoli dei cavalli sui quali si stavano allontanando i killer. Tornata la luce, lo spettacolo sul luogo dell’agguato era davvero raccapricciante: Pasquale Almerico, colpito da 104 colpi di mitra e da 7 colpi di pistola, giaceva a terra agonizzante; un giovane passante, Antonio Pollari, era morto, mentre erano rimasti feriti il fratello Liborio, un ragazzo, una ragazza ed una persona anziana.
«Quando arrivai, avevano già caricato Pasqualino a bordo di una macchina, perché avrebbero voluto condurlo all’ospedale di Palermo. Nessuno ancora capiva che quel povero corpo era stato ferito da centinaia di proiettili, che la sua vita correva via irreparabilmente», raccontò nel gennaio 1984 ad una giornalista de “I Siciliani” Maria Saladino, instancabile operatrice sociale, che gestiva diversi centri di accoglienza per bambini disagiati. E aggiunse con le lacrime agli occhi: «Riuscii ad infilare la testa nel finestrino: era pallidissimo ed aveva sangue dappertutto. Pasqualino, gli dissi, prega insieme a me: “Gesù mio, misericordia, Gesù mio, misericordia”. Lo udii ripetere quelle parole. Poi non disse più nulla. Gli afferrai la mano, probabilmente morì in quell’attimo».
Ma perché, quella sera di marzo di 62 anni fa, il cattolico democratico Almerico fu assassinato così barbaramente? Perché i killer si accanirono contro di lui con un volume di fuoco che sarebbe stato sufficiente a sterminare un’intera compagnia di soldati? Perché un uomo onesto, incorruttibile e coraggioso aveva scatenato tanto odio? Secondo la prima Commissione antimafia, a decretarne la morte era stato il potente capomafia del paese, “don” Vanni Sacco, a cui il “piccolo” maestro elementare aveva osato negare la tessera della Democrazia Cristiana. Un oltraggio al “padrino” e, più ancora, un ostacolo serio al processo di penetrazione della mafia nel partito scudo-crociato. Ma gli ostacoli “don” Vanni era solito spazzarli via a colpi di mitra, come aveva già fatto il 1° aprile del 1948 col segretario della Camera del lavoro, il socialista Calogero Cangelosi, che si era messo in testa di togliere la terra agli agrari per darla ai contadini. Allora la fece franca. Stavolta, però, Sacco venne arrestato con l’accusa di avere ordinato l’assassinio di Almerico. All’Ucciardone rimase solo qualche giorno, perché poi fu trasferito all’ospedale della “Feliciuzza” di Palermo (un altro “Grand Hotel” della mafia), fino all’assoluzione per insufficienza di prove. E, per anni, la mafia di Vanni Sacco sarebbe rimasta padrona assoluta del paese. Solo nel 2001, l’Assemblea Regionale ha ridato “l’onore” a Pasquale Almerico, inserendolo nel lungo elenco dei caduti “per la libertà e la democrazia” in Sicilia.
Chi ricorda più Pasquale Almerico? Poche persone. Una vecchia storia, una storia di mafia, di cui non vale la pena parlare. Meglio archiviare tutto e pensare al futuro, sembra essere il leit-motiv del Terzo Millennio. Uno che non potrà mai dimenticare è sicuramente il nipote Aldo Pisciotta, figlio di Rosaria, la sorella “del cuore” di Pasquale Almerico. «Anche se allora avevo appena nove anni – dice - ricorderò sempre la sera dell’omicidio. Mio zio era in piazza ed io gli gironzolavo intorno per farmi vedere. Sapevo che, se mi avesse visto, nelle mie tasche sarebbe finito qualche spicciolo, necessario per comprarmi le figurine di Tarzan. E mi vide. Ma, qualche minuto dopo, mentre uscivo dal negozio con le figurine in mano, sentii il crepitare dei mitra. Non compresi. Mi sembrò che fosse scoppiata la ruota di qualche motorino. Solo il giorno dopo appresi la tragica verità, che per tutta la notte i miei mi avevano tenuto nascosta».
Pisciotta è un funzionario di banca in pensione. Tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80, è stato pure lui sindaco democristiano di Camporeale. E, come lo zio, guardava con attenzione la sinistra DC, quella di Piersanti Mattarella. «Lo zio Pasquale era una persona straordinaria, buona, un maestro che adorava i suoi bambini. Ma dovette scontrarsi con una realtà più grande di lui e ne rimase schiacciato», spiega Pisciotta. La dura realtà con cui dovette fare i conti, Pasquale Almerico l’ha raccontata in un memoriale, acquisito dai giudici, che però non fu sufficiente per far condannare i suoi assassini.
In quegli anni, in paese comandava il capomafia Vanni Sacco, che fino al 1957 era stato liberale. Poi capì che quel vecchio partito di destra non aveva futuro e si sentì “irresistibilmente” attratto verso la DC. Bussò, quindi, alla sezione di cui Almerico era segretario e chiese la tessera per sé e per altri 300 individui come lui. In sostanza, la mafia aveva deciso di mettere le mani sullo scudo-crociato di Camporeale. Almerico respinse con forza la richiesta e da quel giorno cominciò a morire. Arrivarono le prime minacce, ma il piccolo-grande uomo non si perse d’animo. Scrisse un lungo e puntiglioso memoriale indirizzato a Nino Gullotti, segretario della DC siciliana, del cui contenuto mise pure a conoscenza uno dei “giovani turchi” dello scudo-crociato palermitano, Giovanni Gioia. Almerico spiegò come il partito a Camporeale rischiasse di essere conquistato dalla mafia e come lui corresse il pericolo di essere assassinato da un giorno all’altro. Nessuno gli rispose o gli diede ascolto e, il 25 marzo 1957, fu assassinato davvero. «L’onorevole Gioia non batté ciglio e proseguì imperterrito nell’opera di assorbimento delle cosche mafiose nella Dc», scrisse nel 1976 Pio La Torre nella relazione di minoranza della Commissione antimafia. E, quindi, Vanni Sacco venne accolto con tutti gli onori nello scudo-crociato, diventando «un perfetto e stimatissimo democristiano in un territorio nel quale il politico di maggiore rilievo era stato, e sarebbe ancora rimasto per lungo tempo, un prestigioso uomo di governo del livello di Bernardo Mattarella, mentre la regia delle relazioni politico-affaristiche-mafiose sarebbe sempre più spettata a due potenti esattori delle imposte, i cugini Ignazio e Nino Salvo, futuri pilastri della corrente andreottiana», scrive Giuseppe Carlo Marino ne “I Padrini”.
Vanni Sacco a Camporeale si era affermato come capomafia al servizio degli agrari, fino a diventare nel 1944 il “dominus” dell’ex feudo “Parrino”. Aderì per lungo tempo al partito liberale, sostenendo Vittorio Emanuele Orlando, che rappresentava nel territorio di Camporeale, “curandone” le campagne elettorali. Riuscì a passare indenne dal ventennio fascista, Mantenne per lunghi anni un rapporto privilegiato con l’arcivescovo di Monreale, monsignor Ernesto Eugenio Filippi. Caduto il fascismo, don Vanni si diede da fare per tenere “l’ordine” nelle campagne contro il pericolo “rosso”, rappresentato dal movimento contadino guidato dal sindacalista socialista Calogero Cangelosi. Prima lo minacciò, poi tentò di allettarlo con la promessa di un lavoro molto remunerativo negli Stati Uniti, infine lo fece assassinare a colpi di mitra la sera del 1° aprile 1948.
A Camporeale, in quegli anni, nacque una Democrazia Cristiana “anomala”, per merito del giovane parroco Ferranti e di un gruppo di cattolici democratici, decisi a non transigere con la mafia. Una scelta che a Vanni Sacco non piacque per niente. Dapprima i suoi uomini “consigliarono” a questo gruppo di sognatori di lasciar perdere. Risultati vani i consigli, passarono alle intimidazioni: la notte del 26 maggio 1946 scaricarono raffiche di mitra contro la canonica del giovane parroco, costringendolo a fuggire e a rifugiarsi a Monreale. Chiese protezione all’arcivescovo, ma monsignor Filippi lo costrinse ad accettare le condizioni di “pace” di don Vanni Sacco: tornare a Camporeale su una macchina scappottabile, seduto al fianco del boss.
Nonostante tutto, il gruppo di cattolici non si diede per vinto e, nel 1955, riuscì ad eleggere sindaco il maestro elementare Pasquale Almerico, che due anni dopo sarebbe stato platealmente assassinato. Accusato dell’omicidio, ma poi assolto per insufficienza di prove, il “padrino” riuscì ancora per qualche anno a governare “Cosa Nostra” del suo paese. Poi si ritirò, ritagliandosi il ruolo di “consigliere”. Morì nel suo letto il 4 aprile 1960, con il conforto religioso e onorato dal suono delle campane della Matrice, di cui aveva presieduto l’inaugurazione.
Confessò Maria Saladino nel 1984: «E’ stata la morte così crudele, così ingiusta di Pasqualino Almerico che mi ha portato a fare tutto quello che ho fatto. Non può, non deve esistere al mondo gente tanto feroce, non si può uccidere così un essere umano, solo perché vuole lottare per gli altri esseri umani. Ora io sto lottando, mi illudo di lottare perché i bambini di questo paese crescano in un modo migliore, incapaci di violenza e crudeltà. Tutti questi istituti, queste organizzazioni a favore dei ragazzi poveri, dei piccoli delinquenti, di ragazzine in via di perdersi, che ho cercato di creare, sono tutte cose, ricchezze che ho trovato dentro di me dopo la morte di Pasqualino. La sua morte è stata per me un’illuminazione».
Dino Paternostro

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