giovedì 28 marzo 2019

Nella mente di uno stupratore: “Ragazzi bombardati dal sesso”


GIORGIO RUTA
Proviamo ad andare oltre al primo sentimento di sdegno nei confronti dei tre ragazzi di 19 anni e 20 anni che a Catania hanno violentato una ragazza americana. Tentiamo di entrare nei meccanismi che portano dei giovani a trasformare una donna in un oggetto e riprenderla con un telefonino. Alla fine, parlando con psicologi e sociologi, storici e psichiatri, nessuno sarà assolto.
Maura Manca è una psicologa e psicoterapeuta che dirige l’osservatorio nazionale sull’adolescenza. Di casi come quello di Catania ne ha analizzati parecchi. «Questi ragazzi sono consapevoli di aver commesso uno stupro, ma non hanno idea degli effetti che hanno provocato alla vittima», riflette. Un aspetto di questa vicenda emerge dall’orrore: i tre hanno ripreso la violenza. E questo non stupisce Manca: «È vero che questo elemento ha fatto scalpore, ma purtroppo per chi conosce la generazione digitale, sempre iperconnessa, sa che questi ragazzi crescono con uno smartphone in mano.

Riprendere è quotidianità, non prevede nessuna intenzione come era per le generazioni precedenti. Adesso riprendi tutto, da quando fai sesso a quando mangi». Ma stavolta ad essere registrata in una schedina di memoria di un telefonino non è un’azione come tutte le altre. «No, ma è un modo per testimoniare questo sopruso fatto nei confronti di una donna. Un gesto con cui pensano di realizzarsi come maschi, ma che nasconde, invece, la difficoltà ad avere un approccio con le ragazze», continua la direttrice dell’osservatorio sull’adolescenza.
Abbandoniamo qualsiasi morbosità si possa celare dietro la cronaca dello stupro e puntiamo l’attenzione su un altro dettaglio. La ragazza è straniera, precisamente statunitense. Questo elemento, per lo psichiatra Daniele La Barbera, lo si può leggere in due modi: «La ragazza è sola e, avendo difficoltà linguistiche, non riesce a codificare alcuni segnali, diventando più vulnerabile. Ma, allo stesso tempo, in una visione maschilistica, la ragazza straniera è una preda più ambita». Sembra di parlare di tempi passati, altro che 2019. «Ci stupiamo? Viviamo in un’epoca in cui ci sono evidenti sacche di subcultura che guardano indietro più che al futuro», è il ragionamento di La Barbera.
Ed eccoci arrivare al centro della questione. Qual è il contesto in cui vivono questi ragazzi?
«Crescono in un mondo in cui ci si mette in mostra, quasi senza veli, sui social. Dove più nudo sei, più like ottieni. Questa generazione è bombardata dal sesso», continua Manca. Senza nessun intento di giudicare, basta vedere i profili instagram dei tre arrestati: si mostrano a petto nudo, evidenziano i loro muscoli, fanno i machi. Vivono in vetrina. «Che abbiano girato un video non mi stupisce: mostrano nella dimensione pubblica una cosa che hanno fatto e che ritengono normale.
Siamo difronte a una aberrante e mostruosa normalità», riflette la sociologa Alessandra Dino.
Perché, oggi, tre ragazzi riducono ad oggetto una donna, vantandosi come machi?
Nessun passo avanti è stato fatto nella società? Prova a rispondere Ida Fazio che all’università di Palermo tiene un corso sulla storia delle relazioni di genere: «La violenza sessuale è contemporanea, non è assolutamente arcaica. Stiamo vivendo in un’epoca in cui da un lato le donne sono sempre più autoconsapevoli della loro situazione, pensiamo al movimento #MeToo e a quello di Non una di meno, dall’altro continuano questi atteggiamenti violenti patriarcali, che lontano dai riflettori pubblici vengono considerati con indulgenza». Per sostenere questa tesi, cita la cronaca: «Temi che sembravano archiviati rispuntano con forza, pensiamo al congresso delle famiglie di Verona, portandoci indietro su alcuni temi civili.
Tutto questo influenza l’approccio alla donna in un ragazzino».
Dallo stupro di Catania, il quadro si allarga e il problema diventa di sistema. «Ci rendiamo conto che questa Italia che consideriamo evoluta, non è così progredita come pensiamo – conclude Dino – Basta pensare che il delitto d’onore lo abbiamo archiviato da poco».
La Repubblica Palermo, 28 marzo 2019

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