giovedì 21 marzo 2019

La mafia bianca, l’antimafia finta e il rischio del ritorno al passato

Palazzo d'Orleans, sede del governo regionale siciliano

EMANUELE LAURIA
Il disvelamento del "sistema Montante" dà ragione a Sciascia Ma la stagione precedente vide le mani dei boss sulla Regione
Da contrada Noce, nelle campagne di Racalmuto dove Leonardo Sciascia stese il suo atto d’accusa ai professionisti dell’antimafia, a contrada Altarello, residenza di Antonello Montante a Serradifalco, la distanza è assai breve. Ed è ancora più ridotto lo spazio temporale che separa il discusso editoriale dello scrittore del "Giorno della civetta" dalla bufera che ha travolto l’ex leader di Confindustria con il suo nutrito entourage di uomini delle istituzioni, affaristi senza scrupoli e burocrati asserviti.
Diciamolo chiaramente: Sciascia nel 1987 sbagliò gli obiettivi (Paolo Borsellino e Leoluca Orlando) ma colse perfettamente il fenomeno, quello di una legalità brandita in modo improprio, usata come scala per il successo e la carriera. Quella di "Nanà", leggendo i fatti siciliani degli ultimi anni, si può definire una profezia che si avvera. Forse neppure Sciascia, però, avrebbe potuto immaginare campioni dell’antimafia a tal punto organizzati in sistema criminale, capaci non solo di pavoneggiarsi con lustrini e pennacchi, non solo di favorire lo sgambetto agli avversari con un pedigree meno celebrato, ma addirittura di diventare partito di governo.
Unico partito di governo.

Perché questo era diventata l’antimafia di Montante: una forza capace di sostituire la politica, «di estrometterla da ogni funzione», per dirla con le parole della relazione della commissione Fava, di gestire direttamente uomini e risorse pubbliche. Gli episodi dei casting dei dirigenti da nominare fatti a casa del presidente Montante, se non nascondessero una realtà amministrativa deprimente, sarebbero addirittura esilaranti.
E la dicono tutta sull’atteggiamento di una politica che, giunta al minimo storico di credibilità, aveva deciso di delegare a un potere esterno. Salvo poi rimanere silente, attonita, priva pure del riflesso condizionato del comunicato stampa di fiducia nella magistratura, quando il suo rappresentante, il grande delegato con il ricciolo impiastricciato di gel, era finito nei guai giudiziari.
Che stagione, ha vissuto la Sicilia. Che stagione di inganni e finzioni, rappresentata da un industriale ambizioso e protervo difeso da esponenti delle istituzioni ridotti a cortigiani. E lesti a rendergli omaggio e a sparare attestati di mafiosità a chi non lo faceva.
Però, attenzione. Spogliato dall’impostura, l’ultimo decennio di cose siciliane è poi così diverso dai precedenti? A pensarci, non tanto. In fondo, il sistema Montante è stato un blocco di potere che, con l’etichetta dell’antimafia, si è impossessato di alcuni settori della Regione, dalle attivitàproduttive ai rifiuti. Altri blocchi di potere con le insegne del partito avverso (quello della mafia), in passato, avevano messo le mani su comparti diversi della Regione. A partire da una Sanità che a cavallo del Duemila era diventata la terra di conquista diretta e indiretta di Cosa nostra, il feudo di scorribande elettorali e affaristiche di governatori e prestanome di Bernardo Provenzano. Una sola, seppur non trascurabile differenza: i politici d’antan, figli della Dc, potevano essere complici o collusi del malaffare ma decidevano in qualche modo le regole d’ingaggio. Sceglievano chi e come trasportare dalla zona grigia della società all’eldorado regionale, in nome della suprema merce di scambio costituita dai voti. Quello non era un «sistema fuori controllo» (così la commissione ha invece definito la Regione di Crocetta), perché i Cuffaro o i Lombardo il loro sistema lo controllavano benissimo. Ma era un sistema marcio, come e più di quello di Montante. È bene non dimenticarlo, nella legittima foga contro gli imbroglioni della lotta al racket.
La Sicilia, immobile e sorniona, ha assistito nell’ultimo tratto della sua storia a un mutamento genetico: i rubinetti della spesa che prima venivano aperti dalla mafia sono poi stati azionati da una finta antimafia. E il rischio che corre oggi l’opinione pubblica — incline a ricordare solo i mali più recenti — è quello di rivalutare la stagione della "mafia bianca", dei primari affiliati alle cosche, dei padrini che investivano sulle cliniche.
Per non dire delle mire di Cosa nostra sull’eolico. Il pericolo è un ritorno alla base: perché il gioco del potere siciliano è un circuito chiuso. E dopo la fumosa gimcana antimafia può tornare la pericolosa curva delle coppole.
La Repubblica Palermo, 21 marzo 2019

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