lunedì 11 marzo 2019

Il "caporalato" del notaio: un operaio lo fa arrestare


romina marceca
Tredici ore di lavoro al giorno in campagna: 25 euro. " Buste paga gonfiate e minacce"
Il notaio Gianfranco Pulvino aveva anche stilato un vademecum per i suoi operai. Come rispondere e quali orari e compensi riferire durante un’eventuale ispezione nell’azienda agricola della madre, a Valledolmo, di cui era il gestore di fatto. L’orario? Sei ore e mezza. Il salario? Sessantacinque euro al giorno. I giorni lavorativi? Dal lunedì al sabato. Tutto falso secondo le indagini dei carabinieri di Lercara Friddi e della procura di Termini Imerese. Il notaio, 53 anni, è stato arrestato e si trova ai domiciliari ieri mattina con le accuse di sfruttamento del lavoro, caporalato ed estorsione in concorso con un proprio collaboratore, Francesco Li Citra, che è indagato. Il professionista avrebbe pagato pastori e operai 25 euro al giorno per lavorare nelle sue proprietà fino a 13 ore. Cioè meno di due euro all’ora.
Sulla busta paga risulatava un compenso di 65 euro ma poi i lavoratori sarebbero stati costretti a restituire i due terzi dei soldi altrimenti sarebbero stati licenziati. E ad accompagnarli in banca a scambiare gli assegni spesso era Li Citra, che poi si faceva consegnare il denaro. C’era chi accudiva il gregge di pecore d’inverno e, se aveva un riparo, era senza acqua e luce. Ma soprattutto quei lavoratori non godevano di alcun tipo di diritto. Lavoravano anche la domenica, di notte e nei festivi. E la paga restava la stessa.
Il 12 novembre del 2018 uno degli operai ha deciso di denunciare tutto ai carabinieri. Si occupava di 1.200 pecore anche di notte, con una paga extra per il notturno di 5 euro. Ha così raccontato i rapporti di lavoro col " caporale": « La mia giornata lavorativa inizia alle 5,45 quando arrivo a casa del notaio, poi raggiungo il pascolo con i suoi mezzi. Non c’è una pausa e mai lui ci ha offerto qualcosa da mangiare. Se prendo una domenica libera non è retribuita».
Un quadro di sfruttamento. «Non so leggere e ho firmato dei fogli. Lui diceva che era il Tfr ma non l’ho mai avuto e nemmeno i miei compagni » . Il lavoratore ha riferito anche l’estorsione, messa in atto da Li Citra. « Francesco mi accompagnò in banca e ho scambiato un assegno di 889 euro, all’uscita ha voluto 480 euro. La stessa cosa è successa a mio figlio, che collabora con me » . Le minacce di perdere il lavoro erano frequenti. «Se ci si assentava per un giorno, la mattina dopo il notaio non ci faceva lavorare » , ha riferito l’operaio coraggioso che poi a gennaio è stato licenziato. « Non ho dormito dalla rabbia, non sono una cattiva persona. Mi sono rimasti 90 euro. Sono mortificato. A casa non ho nulla da mangiare » , si è sfogato coi carabinieri. Dal luglio 2018 sono iniziate le indagini del carabinieri. Pedinamenti, intercettazioni telefoniche e ambientali. I carabinieri hanno seguito alcuni agricoltori che iniziavano a lavorare la mattina alle 6,30 e finivano anche alle 20. « Sono soldi miei perché glieli devo restituire? », non si dava pace un agricoltore mentre le microspie dei carabinieri registravano tutto. Pulvino è difeso dall’avvocato Salvatore Gugino e martedì sarà interrogato dal giudice per le indagini preliminari, Michele Guarnotta.
La Repubblica Palermo, 10 marzo 2019

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