domenica 13 gennaio 2019

SE IL FRONTE ANTIMAFIA SMETTESSE DI BUSSARE ALLE PORTE DEI POLITICI

Palazzo D'Orleans, sede della Presidenza della Regione siciliana
Umberto Santino
È una vecchia storia ma, come tutte le vecchie storie, rischia di riprodursi all’infinito e diventare una parte del paesaggio, un fatto naturale.
La storia è quella della famigerata Tabella H che, con denominazione mutata o anonima, continua a imperversare. È una sorta di libro-paga della Regione destinato a foraggiare un po’ tutti, da comitati, associazioni, fondazioni, istituti che hanno una storia e sono certamente esperienze importanti nella realtà regionale, alle feste patronali e alle sagre paesane. Un accostamento che è già di per sé incongruo e umiliante.

Anche quest’anno il rito della pioggia di finanziamenti si è ripetuto, ma a scartamento ridotto. Da qui recriminazioni e lamentazioni.
Sulla stampa si legge che «tutto li fronte antimafia» è in subbuglio. Veramente tutto non proprio. Per esempio, il Centro Impastato non ha di che lamentarsi, poiché non fa neppure domanda, niente chiede e niente riceve.
Anche questa è una vecchia storia. Non abbiamo fatto voto di povertà. Fin da quando ci siamo, dal 1977, ci siamo guardati in giro e abbiamo visto che vento tirava. Per fare qualsiasi attività ci vogliono soldi e non ci voleva molto a capire che l’autofinanziamento non bastava. Ma non c’è voluto neppure molto per capire che i fondi regionali venivano distribuiti con un criterio rigorosamente clientelare. Non era difficile accodarsi.
Bastava avere qualche contatto con un assessore o anche con un funzionario di qualche peso e ce ne sarebbe stato anche per noi. Ma era questo che volevamo accingendoci a svolgere la nostra attività? E per di più dopo aver deciso di dedicare il Centro a Peppino Impastato, che aveva rotto con il padre e la parentela, esempio di una radicalità inedita, ma su cui allora circolavano voci persistenti e diffuse che lo davano per terrorista, inesperto o suicida?
Abbiamo fatto un tentativo volto, con molta, imperdonabile ingenuità, a cambiare in qualche modo le cose. Dopo anni di esclusivo autofinanziamento, nel novembre del 1987 abbiamo presentato un dossier dal titolo "Un centro per uno" con il sottotitolo "Le spese culturali della Regione siciliana" e immagine di copertina una grande Q: il marchio di qualità. Ci sosteneva l’allora gruppo parlamentare di Democrazia proletaria all’Assemblea regionale, che da tempo fa parte dell’antiquariato. Poche pagine, con un’introduzione sui «cento fiori siciliani», le tabelle con i dati sui finanziamenti e le organizzazioni beneficiarie. E poi le proposte: una legge che regolasse l’erogazione dei fondi sulla base di un criterio oggettivo: chi c’è, cosa fa, che competenze ha, di quali mezzi si è dotato, quali sono i suoi programmi?
Erano proposte elementari, ma non hanno avuto molto seguito. Eppure, dopo più di dieci anni, nel 1999, con la legge regionale 20, qualcosa delle nostre proposte è stato accolto.
L’articolo 16 istituiva un albo regionale di associazioni, fondazioni, centri studi, in possesso di requisiti che sarebbero stati indicati con un apposito protocollo, e solo questi sarebbero stati ammessi al finanziamento. Il regolamento sarebbe venuto solo nel gennaio del 2003. Nel frattempo si era levato il coro delle lamentele da parte di centri, associazioni, fondazioni a cui erano stati sospesi i contributi. E Cuffaro, che si accingeva a vivere le disavventure che l’avrebbero portato a Rebibbia, accolse le lamentele e archiviò quella norma.
Da allora i tentativi di cambiare musica sono caduti nel vuoto e siamo arrivati fino a oggi. Si è istituzionalizzato un tipo di antimafia che si potrebbe definire "assistita", che va in crisi se vengono tagliati o azzerati i fondi. Si vuole continuare su questa linea, giocare la partita a chi ha di più e a chi ha di meno, o è arrivato il momento che il "fronte antimafia" si mobiliti per sottrarsi alla dipendenza dall’assessore e dal governatore di turno?
Ma già gli auguri per il nuovo anno lasciano spazio al disincanto di un indimenticabile dialogo leopardiano.
La Repubblica Palermo, 13 genn 2019

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