giovedì 10 gennaio 2019

Nasce il ristorante "Corleone". La figlia di Totò Riina che voleva il sussidio e apre il bistrot a Parigi


SALVO PALAZZOLO
La nuova vita da imprenditrice di Lucia in Sicilia diceva di essere nullatenente
PALERMO - L’insegna del bistrot al numero 19 di Rue Daru, nel centro di Parigi, è una dichiarazione di orgoglio: "Corleone by Lucia Riina". E all’ingresso, un leone rampante che stringe un cuore, il simbolo della cittadina siciliana da dove arriva la nuova imprenditrice che gestisce il locale: la figlia del capo dei capi di Cosa nostra morto in carcere nel novembre 2017. «Vita nuova. E presto i miei nuovi dipinti», ha annunciato su Facebook. Mentre il sito del locale promette «autentica cucina siciliana-italiana da scoprire in un ambiente elegante e accogliente».

Un investimento a tanti zeri, il vecchio "Daru restaurant" è stato ristrutturato con cura: tavolini in marmo bianco, luci soffuse, sedie e divanetti in legno con imbottitura verde scuro. E su una parete foto antiche di Corleone, richiamano gli anni in cui il padre di Lucia, u zu Totò Riina, era già il killer più spietato del Paese.
Chissà con quali soldi avranno gestito la ristrutturazione, Lucia e suo marito Vincenzo Bellomo.
Perché proprio nei mesi in cui il patriarca era in fin di vita loro facevano domanda al Comune di Corleone per ottenere il bonus bebè, attestando di essere nullatenenti. Domanda rigettata.
Anche se ufficialmente Bellomo non ha mai avuto un lavoro, la sua carriera di rappresentante è finita presto nonostante la raccomandazione recapitata con un pizzino dal boss Salvatore Lo Piccolo all’altro illustre corleonese di Cosa nostra, Bernardo Provenzano. Ora, invece, all’improvviso, la più piccola di casa Riina — fino a qualche giorno fa solo pittrice che vendeva on line i suoi lavori — si è trasformata in provetta ristoratrice. Con tanto di locale a pochi passi dall’Arc de Triomphe, un posto perfetto per lanciare un marchio così particolare. "Corleone by Lucia Riina". E su Facebook lancia anche «un carissimo abbraccio». E giù tanti like. Come già era accaduto nel profilo di Salvuccio, il terzogenito di casa Riina, che aveva addirittura scritto una personalissima storia di famiglia, con tanto di comparsata nello studio di Bruno Vespa per presentare il libro. Oggi, Salvuccio Riina risiede nella casa di lavoro di Vasto, in Abruzzo, dopo che sono stati scoperti i suoi rapporti con alcuni spacciatori di cocaina. Il più grande dei figli del capo dei capi, Giovanni, è invece rinchiuso all’ergastolo. L’altra figlia femmina, Maria Concetta, vive in Puglia col marito: anche loro sono molto social nel rivendicare il diritto a una «vita normale». Ma resta il mistero del tesoro dei Riina, che la procura di Palermo non ha mai smesso di cercare. E gli ultimi spunti li ha offerti proprio il capo dei capi, intercettato in carcere nel corso del processo "Stato-mafia": «Se recupero pure un terzo di quello che ho, sono sempre ricco», diceva al suo compagno dell’ora d’aria. Eccola la parola chiave: «Recuperare».
Recuperare il tesoro. Magari per aumentare i dividendi che periodicamente arrivano a Corleone, dove vive la vedova del boss. Probabilmente, soldi di affitti o società in mano a insospettabili. Una pista d’indagine porta in Svizzera, dove Lucia è stata negli negli ultimi anni assieme al marito.
Intanto, c’è una gran fila davanti al bistrot "Corleone by Lucia Riina".
Il ristorante è intestato ufficialmente alla società per azioni "Luvitopace", con un capitale sociale di mille euro, presidente è un tale PierreDuthilleul. Se chiami per una prenotazione, risponde un giovane gentile che parla in perfetto italiano: si limita a dire che i proprietari sono due francesi. E si trincera dietro un profondo silenzio quando si chiede della signora Riina, che intanto dal suo profilo Facebook continua a chiedere il rispetto della privacy. Ma il neosindaco di Corleone, Nicolò Nicolosi, annuncia battaglia: «Il nome Riina accanto allo stemma di Corleone non deve proprio starci. Chiederò l’intervento del ministero degli Esteri». Maria Falcone, la sorella del giudice simbolo della lotta alla mafia, allarga le braccia: «Lucia Riina è una cittadina libera. Spero solo che la gente non sia così stupida da farsi abbindolare da un nome e da uno stemma».
La Repubblica, 9 gennaio 2019

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