venerdì 14 dicembre 2018

WEEKEND. Il luogo. La cascata "del cuore" alle due rocche, l’altra faccia di Corleone


MARIO PINTAGRO
Il "salto" non è ampissimo, forse appena cinque metri, tuttavia è sufficiente a creare un effetto spettacolare. Perché piccolo, a volte, è bello. La cascata delle due rocche a Corleone è un sito di grande bellezza, un microambiente in cui la natura regala immagini di grande suggestione.
Appena fuori l’abitato di Corleone, si raggiunge da Palermo imboccando la strada statale per Agrigento, passando prima da Bolognetta e Marineo. Bisogna superare il centro per raggiungere il sito che i giovani chiamano il "canyon". Alla cascata bisogna andarci dall’autunno alla tarda primavera, non più tardi. Il perché è semplice: la Sicilia non è terra di fiumi né di grandi montagne e i corsi d’acqua hanno un regime prevalentemente torrentizio. Così il torrente San Leonardo, affluente sinistro del Belìce, d’estate può esaurire il suo corso, lasciando a corto d’acqua il letto ghiaioso e delusi gli amanti della natura. Ma nei mesi invernali e sino a maggio lo spettacolo è assicurato, soprattutto se le piogge sono state abbondanti. Il corso del San Leonardo, a un chilometro dal centro abitato, raggiunge una piccola gola, quasi un canyon caratterizzato da rocce sedimentarie, dai caratteristici strati. L’acqua scivola veloce sulla terrazza calcarea, si divide poi in due-tre bracci e precipita con gran fragore nella pozza sottostante di acque smeraldine.

Se ha piovuto molto l’effetto cascata è ancora più corposo e il getto è più intenso ed unico.
L’acqua si nebulizza e incrociando i raggi solari si ha l’effetto iride, un arcobaleno a portata di mano. L’acqua scorre e la minutissima pioggia si deposita ora sui mandorli ora sui cespugli di artemisia, euforbia, sulle foglie di acanto, sulle pale di fichidindia e sui rovi. In primavera decine di libellule, cavolaie e farfalle monarca danzano festose nei dintorni della cascata. Un piccolo sentiero gradonato, a sinistra della cascata, consente la vista di un acquedotto scavato sulla roccia, forse di origine medievale. Il salto dell’acqua era sufficiente a mantenere attivo un mulino di cui si osservano ancora le condutture e le chiuse. Tra le rocce, gli occhi attenti dei geologi, possono scovare fossili antichissimi.
«Le calcareniti di Corleone – spiega il naturalista Giuseppe Ippolito – risalgono al Miocene, un arco temporale compreso tra tredici e venti milioni di anni fa.
Si tratta di rocce sedimentarie che presentano laminazione incrociata a testimonianza della presenza di correnti. Al loro interno sono presenti ittiodontoliti, cioè denti fossili di pesce, tra cui anche le attuali orate e lo squalo. Sembra strano, ma dove adesso ci sono fertili campagne c’era il mare, in cui abbondavano specie anche più grandi di quelle attualmente viventi».
Fu il geologo Gaetano Giorgio Gemmellaro a sollevare l’attenzione sul canyon di Corleone. Alcuni di questi fossili sono infatti presenti nel museo dell’Università di Palermo a lui dedicato. Non è molto famosa la cascata delle due Rocche, ma recentemente è balzata agli onori della cronaca grazie al voto dei "Luoghi del cuore" del Fondo ambiente italiano e ha anche una pagina su Tripadvisor, con una quarantina di giudizi più che positivi che lamentano però anche la scarsa cura del posto e le vandalizzazioni che ha subito l’ex mulino che doveva essere un centro visitatori. Scrive l’utente Niba206: «In effetti è talmente poco conosciuta che non è facile trovarla. Appena arrivati, c’è un piccolo posteggio e poi passiamo qualche oretta a goderci lo spettacolo di quest’angolo di natura. A mio parere, dovrebbe essere valorizzata di più e per questo motivo non do il massimo punteggio che meriterebbe. Ovviamente la consiglio, ci mancherebbe altro».
E il sito Hundredrooms lo scorso anno ha inserito la cascata delle due rocche tra le quindici più belle d’Italia, insieme alla celebre cascata delle Marmore. La cascata delle due rocche non è l’unico sito da vedere a Corleone, definita la "città delle cento chiese". Il vicino bosco della Ficuzza, con il pulpito del re è un altro luogo di grande fascino. In cima alla rupe calcare gradonata, sedeva il re borbone Ferdinando IV, armato di schioppo, in attesa delle prede. Sullo sfondo è la monumentale quinta di Rocca Busambra, tra le montagne più alte della provincia con i suoi 1613 metri.
La Repubblica Palermo, 14 dic 2018

Nessun commento: