giovedì 20 dicembre 2018

“Via D’Amelio, fu depistaggio istituzionale”

La strage di via D'Amelio

La relazione dell’Antimafia regionale. Fava: “Una catena di anomalie e forzature”. Fiammetta Borsellino: “Responsabilità di alcuni magistrati”
«La stessa mano, non mafiosa, che accompagnò Cosa nostra nell’organizzazione della strage di via D’Amelio potrebbe essersi mossa, subito dopo, per determinare il depistaggio e allontanare le indagini dall’accertamento della verità » . La relazione della commissione regionale antimafia presieduta da Claudio Fava ricostruisce la catena di « anomalie, irritualità e forzature » che hanno tenuto lontana la verità sulla strage Borsellino. Ed è un atto d’accusa pesante sulle «responsabilità istituzionali che possono aver accompagnato e protetto questo depistaggio». La relazione parla di un «concorso di responsabilità che va oltre l’ex procuratore di Caltanissetta Tinebra e l’ex capo della squadra mobile La Barbera e chiama in causa magistrati, vertici dei servizi segreti e della polizia di Stato».
Riecheggiano le domande di Fiammetta Borsellino, che è presente alla presentazione della relazione, a Palazzo dei Normanni. «Non è accettabile che magistrati come Ilda Boccassini, Nino Di Matteo e la signora Palma si siano sottratti alle audizioni della commissione regionale antimafia » , accusa adesso la figlia del giudice Paolo. « È una vergogna. Lo trovo moralmente inaccettabile e non giustificabile». Diventa un caso la mancata partecipazione di alcuni degli ex pubblici ministeri di Caltanissetta alle audizioni dell’Antimafia. Fava si limita a dire: « Ne ho preso atto » . Ma la relazione usa toni forti per stigmatizzare i molti «silenzi» attorno a questa vicenda: «Se taluno di quegli indizi fosse stato raccolto tempestivamente anche da chi non aveva funzioni direttive, se i molti che ebbero consapevolezza delle forzature avessero scelto di non tacere, se non vi fosse stata - più volte e su più fatti - una pervicace reticenza individuale e collettiva, non saremmo stati costretti ad aspettare la collaborazione di Gaspare Spatuzza, nel 2008, per orientare le indagini sulla direzione opportuna ». Di Matteo aveva chiesto di essere sentito già dalla commissione nazionale antimafia. E oggi dice: « Gran parte della mia vita è stata ed è dedicata alla ricerca della verità. Dovrebbero vergognarsi altri, non io». Poi spiega: «Non ho ritenuto di accettare l’invito per l’audizione innanzi a una commissione regionale antimafia che non ha i poteri e le competenze per potersi occupare di un argomento così delicato e complesso».
Fava rilancia sulle 78 pagine della relazione approvata all’unanimità. Un capitolo importante riguarda il ruolo dei servizi segreti, che viene definito “pervasivo”. «La mano che sottrasse l’agenda rossa di Borsellino non è una mano mafiosa. Il primo atto della procura di Caltanissetta, contro la legge, è la richiesta al Sisde di dirigere nella fase iniziale le indagini su via D’Amelio. L’impulso partì dal procuratore di Caltanissetta, ma si suppone che gli altri magistrati ne fossero a conoscenza». L’ex pm di Caltanissetta Carmelo Petralia ha raccontato di un pranzo fra magistrati e agenti segreti. « E anche La Barbera era un collaboratore del Sisde », ricvorda Fava, che adesso auspica l’apertura degli archivi dell’Aisi « per ricostruire tutte le autorizzazioni che vennero date a Contrada per collaborare all’indagine » . In quell’estate di misteri, una nota del centro Sisde di Palermo annunciava pure la svolta del falso pentito Scarantino.
«Mio padre è stato lasciato solo da vivo e da morto » , accusa Fiammetta Borsellino. «Nel depistaggio c’è stata una responsabilità collettiva dei magistrati che hanno avuto comportamenti contra legem: ad oggi non sono stati mai perseguiti, né sul piano disciplinare né su quello giudiziario».
s.p.
La Repubblica Palermo, 20 dic 2018

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