lunedì 24 dicembre 2018

Intervista a De Siervo: "Votata senza regole la manovra è un mostro giuridico ricorrano i cittadini alla Consulta"


LIANA MILELLA
ROMA - «Il Parlamento e la Costituzione sono stati violentati. Tocca al presidente della Repubblica e ai cittadini reagire nelle forme consentite». Dice così Ugo De Siervo, il costituzionalista di Firenze che ha presieduto la Corte.
Il Pd annuncia un ricorso alla Consulta sollevando un conflitto di attribuzione. È possibile?
«No, assolutamente. Anche se ci sono motivi gravi di allarme istituzionale, non è questa la via che può essere seguita, per la semplice ragione che i conflitti intervengono tra i poteri supremi dello Stato. E un partito non rientra nella categoria dei poteri che finora hanno potuto compiere un passo del genere».
La minaccia del Pd quindi avrebbe solo un valore politico?
«Io mi auguro che faccia conoscere sia al presidente della Repubblica, sia ai cittadini, la valutazione critica di un importante partito di opposizione invitandoli ad usare tutti gli strumenti per impugnare la legge sul piano della legittimità costituzionale».

Per i dem è stato violato l’articolo 72 della Carta che prevede le votazioni di una legge articolo per articolo, il che non è avvenuto.
«Può darsi che ciò sia vero. Ci sono elementi credibili per cui un testo di macrolegge che occupa centinaia di pagine non può essere materialmente conosciuto e votato liberamente da un organo legislativo che ne possa disporre solo per poche ore.
Questo è assolutamente evidente, tant’è che ora tutti cercano di capire cosa c’è dentro a questo testo a cui si è data la fiducia».
Però l’articolo 72 ammette anche i casi di urgenza. La manovra, per le sue caratteristiche e il duro contrasto con l’Europa, non potrebbe rientrarci?
«Non ci può rientrare con questo tipo di legge. Una legge di 270 pagine non può essere tutta urgente. Così si produce un danno molto più grave dei tanti decreti legge giganteschi approvati negli anni passati, che sono piccola cosa rispetto al mostro giuridico di questa legge finanziaria».
Al di là del merito, un partito è un soggetto che può fare ricorso? A leggere l’articolo 134 della Carta non sembrerebbe...
«Certo, perché la stessa Corte ha detto che i partiti sono soggetti del pluralismo sociale e sono essenziali per rappresentare aderenti e simpatizzanti, ma non sono organi pubblici e quindi non possono ricorrere alla Corte.
Senza dubbio la Costituzione è stata violata seriamente e in modo preoccupante, però gli strumenti per opporsi sono altri».
Quali?
«Il presidente della Repubblica deve promulgare la legge e sulla base dell’articolo 74 della Costituzione può rinviarla alle Camere per un riesame accompagnandola con un messaggio. Questa, in astratto, potrebbe essere la via principale.
Le forze politiche, senza folclore, facciano presente la gravità dei comportamenti del governo nell’aver palesemente violentato il Senato. Questa è la prima, grande via, ma il presidente dovrà ovviamente valutare la fattibilità e le possibili conseguenze».
Se il presidente blocca la manovra si va all’esercizio provvisorio del bilancio...
«Sarebbe una conseguenza grave, ma è altrettanto grave, e forse ancora di più, che il governo possa violentare in questo modo la sovranità delle Camere. E comunque, se questa via non fosse seguita, ci sarebbe la facile accusa di incostituzionalità dell’intera legge in quanto adottata in palese violazione dell’articolo 72 della Carta».
Chi dovrebbe reagire?
«La miriade di persone interessate alle norme della manovra che si reputano gravemente danneggiate. Basti pensare alle pensioni, alle categorie produttive, all’imposizione fiscale sugli enti no profit. Chi tra questi soggetti voglia reagire, molto presto avrà facile strumento per chiedere ai giudici competenti di sollevare una questione di legittimità costituzionale, con possibili e gravissime conseguenze qualora la Corte accetti i rilievi. Perché in quel caso cadrebbe non solo la disposizione impugnata, ma l’intera legge adottata in modo illegale, con conseguenze ben più gravi dell’esercizio provvisorio».
La Repubblica, 24 dic 2018

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