giovedì 13 dicembre 2018

Il reportage. Chiesa e Cosa nostra. I parroci in prima linea nel regno della mafia


DANIELE IENNA
Viaggio tra corso Tukory e i rioni del blitz Cupola 2.0 “Qui l’illegalità nasce anche dall’assenza di diritti”
«Non lo conoscevo neanche di vista. La sua gioielleria ricade, come territorio, nella mia parrocchia. Ma in questo quartiere ci sono tante chiese vicine. Quindi può capitare che i fedeli cambino ogni domenica chiesa e non abbiano un’identità parrocchiale ben precisa». Così don Jaroslaw Andrzejewski, parroco di Sant’Agata La Pedata, riferendosi a Settimo Mineo, il padrino di Cosa nostra arrestato insieme ad altri gregari nell’operazione “Cupola 2.0”. La chiesa di don Jaroslaw si trova in via del Vespro, a pochi passi dalla gioielleria di Mineo. E su come la Chiesa possa sconfiggere la mentalità mafiosa, il parroco dice: «Noi preti facciamo il possibile per sensibilizzare le coscienze, ma il problema centrale è la mancanza di lavoro, che distrugge tantissimo l’identità del cittadino e produce molta delinquenza. Questo è un quartiere pieno di problemi: da tre anni mi batto per sistemare la piazzetta accanto alla chiesa e le forze dell’ordine si vedono poco in giro. Poi la spazzatura non offre un decoro urbano».

Polacco, da trent’anni a Palermo, prima di quella di via del Vespro don Jaroslaw guidava una parrocchia del quartiere Cruillas.
«La chiesa di Sant’Agata non ha un campo sportivo e i giovani non si avvicinano a noi anche per questa ragione. Abbiamo però un gruppo scout che si riunisce in un luogo qui vicino».
Ma c’è un’altra chiesa, vicino alla gioielleria del boss di corso Tukory: di fronte alla stazione centrale, all’angolo con piazza Giulio Cesare, c’è Sant’Antonino.
«Nella pastorale contro la mafia la nostra stella polare è la lettera “Convertitevi”, scritta dai vescovi di Sicilia in occasione del venticinquesimo anniversario della visita di Giovanni Paolo II alla Valle dei templi di Agrigento – dice fra’ Gaetano Morreale – Abbiamo subito recepito la lettera, l’abbiamo presentata anche nelle nostre omelie e personalizzata in base al carattere di ciascun parrocchiano».
Fra’ Gaetano, francescano, racconta che insieme ai suoi confrati ha fatto vedere ai bambini il cartone animato su don Pino Puglisi: «È un modo per contestualizzare il fenomeno della mafia nel nostro quartiere».
A giugno, dentro la chiesa e insieme all’arcivescovo Corrado Lorefice, ha organizzato un incontro sul giudice Rosario Livatino, vittima della mafia, su cui è in corso la causa di beatificazione. Quel giorno c’erano pure i magistrati Luigi Patronaggio e Sara Marino, delle procure di Agrigento e Termini Imerese. «È necessario un lavoro di sinergia tra Stato, Chiesa e società civile», sottolinea fra’ Gaetano.
Da corso Tukory si entra nel mercato di Ballarò. E qui, a pochi passi dalle bancarelle, c’è la parrocchia di San Nicolò di Bari all’Albergheria. A guidarla da un anno è un salesiano, padre Luigi Costanzo, originario della provincia di Messina. «Questo è un quartiere dove c’è la mafia, ma ci sono anche tanti lavoratori onesti, che soffrono la crisi economica», sottolinea il prete, che aggiunge: «Una volta al mese, diamo il pacco spesa a più di duecento famiglie. Che la mafia sia fuori dalla comunità e che lo stile mafioso non sia parte dell’essere cristiano, lo abbiamo detto nelle catechesi e nelle predicazioni. Nel quartiere c’è spaccio di droga e la droga, non dimentichiamolo, uccide». Il salesiano conclude: «Lo Stato dovrebbe aiutare a trovare lavoro. Dovrebbe impegnarsi a mantenere pulite le strade. Anche questo è un segnale di educazione civica».
Poco più in là, nella zona del Policlinico, c’è la parrocchia di San Tarcisio, in via Sebastiano La Franca. Si tratta di una chiesa prefabbricata, totalmente circondata da un circuito di palazzi che sfiorano i dieci piani.
Il parroco, padre Mariano Graziano, ha in mano una copia dell’omelia pronunciata da Papa Francesco a ottobre al Foro Italico, nella sua ultima visita a Palermo. Il prete dice che, sulla base di quell’omelia, pochi giorni fa ha tenuto un ritiro spirituale con alcuni parrocchiani e operatori pastorali. Le parole del Papa sono chiare e non lasciano scampo: non si può credere in Dio ed essere mafiosi.
E la Chiesa di Palermo lo scorso 8 dicembre ha lanciato un messaggio chiaro contro la mafia.
Dopo secoli, per la prima volta, la processione della Madonna Immacolata ha cambiato itinerario e, dalla chiesa di San Francesco d’Assisi, a pochi passi dalla Vicciria, insieme all’arcivescovo Lorefice e al sindaco Orlando, ha raggiunto piazza della Vittoria, fermandosi davanti alla questura. A spiegare il motivo è fra’ Gesualdo Ventura, parroco di San Francesco d’Assisi, che dice: «In questo modo abbiamo rappresentato la nostra vicinanza alle forze dell’ordine.
Nella lotta alla mafia la Chiesa ha avuto un martire che si chiama Pino Puglisi. La statua della Madonna aveva il volto rivolto verso la questura e questo è stato un gesto molto apprezzato dal questore. È stato un messaggio lanciato ai possibili mafiosi presenti nelle confraternite per invitarli a convertirsi».
La Repubblica Palermo, 12.12.2018

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