mercoledì 12 dicembre 2018

Matteo Messina Denaro. Il lungo assedio al boss: a casa sua è ritratto da re

Il ritratto del boss mafioso Matteo Messina Denaro

SALVO PALAZZOLO
Nel salotto viene raffigurato con una corona. L’operazione per scovarlo prende il nome della poesia scritta da Nadia, morta in via dei Georgofili
L’ultima volta che videro Matteo scivolare fra le viuzze del centro di Castelvetrano per arrivare nella casa di famiglia correvano i primi di giugno del 1993. Era da poco esplosa la bomba in via dei Georgofili, a Firenze, facendo cinque morti. E nel salone dei Messina Denaro, c’era un quadro che raffigurava un giovane con una brocca in spalla. Chissà quando l’ha tolta quell’immagine la signora Lorenza Santangelo, la mamma del padrino che ha ideato le stragi del 1993. Al posto del ragazzo che porta l’acqua, hanno messo il volto di Matteo stile Andy Warhol, con gli immancabili Ray Ban a goccia, e la corona da re. Perché davvero è diventato il mafioso più autorevole di Cosa nostra con i suoi 25 anni di latitanza.
Venerato e rispettato dal popolo della mafia.

E chiunque va a casa Messina Denaro — magari non per una visita di cortesia, ma per una perquisizione — si ritrova subito al cospetto del “re” di Cosa nostra. Al cospetto di quello strano quadro, che ha dei dettagli inquietanti impressi sui vetri degli occhiali: il giallo e il rosso delle fiamme. È l’inferno delle stragi del 1993 che insanguinarono l’Italia come ulteriore capitolo della trattativa fra i vertici della mafia dopo l’arresto di Riina e pezzi dello Stato? Se questa storia fosse un film, la telecamera staccherebbe ora su un’altra stanza, grande come il salone di casa Messina Denaro. Ma è tutt’altro ambiente, tutt’altra città, Palermo, chissà dove. Si vedono uomini con delle cuffie in testa e monitor che spiano case e strade: è la centrale operativa dei carabinieri del Ros che danno la caccia al fantasma di Castelvetrano. Su una parete, fra mappe satellitari e foto segnaletiche, c’è un piccolo quadro, col disegno di una bambina: due case, e in mezzo il sole che sussurra: «Che sonno».
Titolo della poesia “Il tramonto”, la scrisse la piccola Nadia Nencioni, aveva 9 anni, è una delle vittime della strage di via dei Georgofili. Qualche giorno prima della bomba, scrisse: «Il pomeriggio se ne va/il tramonto si avvicina/un momento stupendo/Il sole sta andando via (a letto)/È già sera tutto è finito». E ora “Tramonto” è il nome in codice dell’operazione Messina Denaro. Il tramonto, si spera al più presto, dell’ultimo padrino delle stragi ancora in libertà. Non sarà facile. La primula rossa di Castelvetrano, che sembra viaggi molto e di tanto in tanto torna in Sicilia, gode ancora di un’ampia rete di complicità.
Ecco perché fra Palermo e Castelvetrano è caccia agli insospettabili che ancora proteggono il latitante. E che lo venerano. Nei pizzini, è rimasta traccia di un politico che Bernardo Provenzano aveva “messo a disposizione” di Messina Denaro. C’era poi un prete che continuava a mandare saluti al padrino e gli scriveva: «Se hai bisogno della benedizione di Gesù Cristo sai dove e come trovarmi». Lo scriveva lo stesso Messina Denaro nelle lettere che si scambiava con l’ex sindaco di Castelvetrano Antonino Vaccarino, infiltrato dei servizi segreti. In quelle lettere, il boss parlava pure di un imprenditore che era pronto a intestarsi alcune quote di una società per fare grandi affari in provincia di Trapani. Parlava anche di un “amico”, che era devoto a Francesco Messina Denaro, e adesso è al servizio del figlio.
C’era pure un tipografo che aveva appena stampato un nuovo documento al latitante più venerato dalla famiglia, di sangue e di mafia.
Negli anni Novanta, quando Matteo era il figlioccio di Totò Riina, il capo dei capi, suo cognato Rosario Allegra gli scriveva in un pizzino (poi ritrovato dai carabinieri): «Fra me e te non ci sono obblighi, noi apparteniamo a quella casta di nobiltà (d’animo) che si acquista con la nascita». Messina Denaro, quattro quarti di nobiltà mafiosa. Ecco perché gli hanno messo la corona nel quadro di famiglia, che campeggia ancora in salone.
Un quadro già diventato il simbolo della mafia che è stata e che verrà. Ma anche il quadro con la poesia della piccola Nadia è ormai un simbolo. E non solo della caccia al superboss, ma anche del riscatto di Corleone: le commissarie e la prefetta di Palermo Antonella De Miro hanno voluto intitolare l’asilo nido proprio alla bambina fiorentina e alla sorellina Caterina, morta a soli 50 giorni.
La Repubblica Palermo, 12.12.2018

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