martedì 6 novembre 2018

L’intervista. Victoria De Grazia: “Macchè mafia, lo sbarco in Sicilia fu una conquista molto dura”


ENRICO DEL MERCATO
C’è un filo che lega Victoria De Grazia, storica, docente alla Columbia university di New York, alla Sicilia: le origini della sua famiglia e un pezzo della vita di suo padre che in Sicilia ci tornò nel luglio del 1943, con la divisa di soldato americano per partecipare allo sbarco che cambiò le sorti della seconda guerra mondiale. Adesso, in Sicilia, ci è tornata lei, invitata dall’ufficio culturale del consolato Usa di Napoli, proprio per parlare della “Operazione Husky”. Ieri è stata a Catania, oggi sarà all’università di Palermo al collegio San Rocco alle 12.
Professoressa De Grazia, settantacinque anni dopo lo sbarco alleato sulle coste siciliane bisogna chiedersi se l’operazione Husy può essere considerata l’evento determinante delle sorti del conflitto. Lei che ne pensa?
«Beh, certo non è l’assedio di Stalingrado, perché si tratta di un’operazione a lungo pianificata, che in pratica non prevedeva rischi di fallimento. Però, di sicuro, lo sbarco in Sicilia segna l’inizio della disfatta del progetto imperiale dell’Asse. E porta alla caduta di Mussolini. Ecco, in questo senso, insieme allo sbarco in Normandia e alla battaglia di Stalingrado lo si può inserire tra gli eventi determinanti della seconda guerra mondiale».
Lei parla di rischi di fallimento al minimo per la preparazione dello sbarco in Sicilia. Perché?

«Perché fu preparato per lungo tempo. I sovietici pensavano e speravano che l’apertura del fronte Sud in Europa avvenisse molto prima. Già nel 1942. Invece, si provvide ad ammassare materiali e truppe e si aspettò la vittoria definitiva in Nord Africa. Un tempo sufficiente a potere escludere possibilità di fallimento».
Lei sa che parecchia pubblicistica inserisce tra i motivi del successo dello sbarco in Sicilia, l’appoggio che la mafia avrebbe dato alle truppe angloamericane. Lei cosa ne pensa?
«Io penso che chi sostiene questo non sappia tanto sulla mafia e soprattutto non sappia bene come si organizza una offensiva militare. Cosa poteva aggiungere la mafia a quella forza militare che era stata dispiegata? C’erano forse centomila mafiosi sul terreno? Avrebbe potuto agire per indebolire la resistenza dei tedeschi e delle truppe italiane? Ma questo indebolimento non ci fu. Lo sbarco fu una battaglia dura e con una grande resistenza da parte dei tedeschi. Che dopo lo sbarco ci sia stata intelligence delle forze armate Usa con la mafia, su quello non c’è dubbio. Ma solo nelle località dove la mafia c’era e comandava».
Dunque, lei sostiene che la collaborazione tra esercito Usa e mafia ci fu, ma solo dopo la conquista della Sicilia. E a cosa servì allora?
«Servì a dare nuove strutture di comando nei Comuni, a sostituire i podestà. In quel caso ci fu intelligence con la mafia, ma non solo. Anche con i massoni, con chiunque avesse contatti con italo-americani. I mafiosi avranno dato informazioni, ma questo mi sembra normale in una invasione.
Piuttosto se proprio ci si deve indignare per i comportamenti dei militari statunitensi, lo si può fare perché le città siciliane furono bombardate a tappeto per i tre mesi precedenti lo sbarco. E lì morirono tantissimi civili».
Insomma, nonostante la pianificazione lunga e meticolosa, lo sbarco non fu una passeggiata.
«Beh, ci sono voluti 31 giorni per conquistare la Sicilia. Chi aveva pianificato non si aspettava questa resistenza che fu condotta soprattutto dai soldati tedeschi. Ci fu un numero di morti molto alto e, soprattutto, i tedeschi riuscirono a mettere in salvo parecchio materiale bellico».
Nell’immediato dopoguerra si affermò in Sicilia il separatismo che, in alcune sue componenti, ipotizzò addirittura l’adesione dell’isola all’unione degli stati americani.
«L’idea del separatismo si affermò in Sicilia, ma anche in Trentino o in Val d’Aosta. Semmai in Sicilia ebbe connotazioni più “populiste” si direbbe ora. Magari di populismo mafioso».
Lei ha dedicato alcuni libri allo studio del regime fascista in Italia. Intravede un indebolimento della democrazia in Italia, ma anche nel resto dell’Occidente?
«La complessa struttura del popolo italiano si è spesso prestata al governo di uomini che sono partiti da una posizione per assumerne una opposta. E che soprattutto sono durati molto a lungo: Crispi, Giolitti. Ma anche De Gasperi. E poi Andreotti, Berlusconi. Mussolini ha una storia un po’ diversa. Che parte dall’uso sapiente dei nuovi mezzi di comunicazione. Ecco, oggi si indebolisce un tipo di democrazia. E ciò avviene ad opera di chi sa gestire bene i nuovi mezzi di comunicazione che si affacciano. Però, i nuovi movimenti dell’elettorato sono determinati soprattutto dalla mancanza di progetti e di parole alternative da parte delle forze politiche tradizionali. Del resto negli anni Venti Mussolini si affermò nel silenzio di un partito socialista che non aveva più molto da dire».
La Repubblica Palermo, 6 nov 2018

Nessun commento: