mercoledì 21 novembre 2018

“Borghesia mafiosa” addio: cala il sipario sulla linea dura


EMANUELE LAURIA
Un verdetto restrittivo della Cassazione, l’onda lunga dello scandalo Saguto Cambia la strategia di attacco alla zona grigia. “Ora i clan si fanno impresa”
E ora rieccoci tutti qui, a parlare della misteriosa zona grigia e di una borghesia cresciuta e pasciuta non lontana dalla mafia. Non lontana sì, ma quanto vicina? Perché i casi Rappa e Niceta, nella loro prossimità non solo cronologica, riaprono inevitabilmente il dibattito sull’attività della sezione Misure di prevenzione del tribinale negli ultimi anni ma obbligano a rileggere anche il ruolo stesso dell’imprenditoria siciliana: non per assolverla da tutti i mali ma almeno per restituire dignità a chi — dicono oggi i provvedimenti giudiziari — ha visto vacillare un impero economico in presenza di accuse infondate.

Rischioso ma doveroso provare a districarsi, adesso, in una galleria di operatori onesti, collusi, estorti, operatori coraggiosi che il racket l’hanno sfidato davvero, operatori che invece hanno fatto la classica finta, e qui la vicenda Montante pesa come un macigno.
Giusto riabilitare la borghesia dell’impresa e del commercio, certo, ma giusto anche stare attenti a non salvare in modo acritico i non pochi che in Sicilia hanno costruito la propria fortuna sul sostegno accordato dalla mafia.
Il punto di partenza, solido, è la sensazione che qualcosa sia cambiato, nella valutazione delle misure di prevenzione patrimoniale da applicare nei confronti di imprenditori che prima venivano condannati soprattutto da storie familiari opache. Il filo che lega la vicenda dei Niceta a quella dei Rappa è questo. Ed è scontato scorgere in questa nuova stagione gli effetti del dopo-Saguto, perché i provvedimenti di dissequestro dei patrimoni delle due famiglie palermitane cancellano provvedimenti contrari firmati dalla ex presidente oggi sotto processo e radiata dalla magistratura. «Che il vento stia girando, dopo la gestione Saguto, è un’impressione forte, ma è pur sempre una prima impressione da approfondire», dice Umberto Santino, presidente del Centro Impastato.
La prudenza, in questo campo, non è mai troppa. Giovanni Fiandaca, docente di Diritto penale e studioso del fenomeno mafioso, allarga il quadro ma non rifugge da un’analisi del fenomeno borghese. «Sulla questione delle misure di prevenzione patrimoniale c’è un orientamento più garantista da parte della Cassazione. Tutto nasce dalla sentenza De Tommaso, da una pronuncia della Corte di giustizia europea — dice Fiandaca — che riguarda una misura di prevenzione personale e mette all’indice l’indeterminatezza con cui si attribuisce la pericolosità sociale a un individuo. Quella pronuncia può essere la classica palla di neve che si trasforma in valanga e credo stia portando molti tribunali a un orientamento più garantista anche sulle misure patrimoniali. Ora non so quanto anche i giudici palermitani siano influenzati da questo orientamento: bisognerebbe capirlo, prima di parlare degli effetti dello scandalo Saguto».
Questo maggior garantismo, nel proclamare la pericolosità sociale di un indagato, porta Fiandaca a spostarsi sul contesto sociale. A proporre una moratoria per la borghesia imprenditoriale palermitana: «Se vogliamo trovare un mondo commerciale o imprenditoriale lindo e immacolato, a 360 gradi, beh, siamo degli illusi. Ma accettiamo i chiaroscuri. E chiediamoci se forse la via della salvezza e del recupero di chi è colluso o contiguo non sia preferibile a quella della repressione mafiosizzante».
Ed è un po’ il tema che Enrico Colajanni, leader di “Libero futuro”, ha rilanciato ammettendo nella sua associazione imprese borderline proprio per fare opera di “redenzione”, finendo però per venire bloccato dalla prefettura. È un argomento che si impone, anche davanti al moltiplicarsi dei casi di imprese che hanno subito prima il sequestro e poi il dissequestro dei beni: oltre ai casi già citati, si potrebbe aggiungere per restare ai tempi recenti quello di Sergio Troia, titolare di un’azienda che lavora su tram e passante ferroviario, che a inizio ottobre si è visto restituire dalla sezione Misure di prevenzione otto milioni di euro.
Ettore Artioli, ex vicepresidente di Confindustria, oggi si erge «a tutela della storia di famiglie imprenditoriali importanti, che forse pagavano il pizzo ma che certo non devono il successo a Cosa nostra: non crederò mai che i Niceta, come i Torregrossa o i Gulì, gente che lavorava dalle sette della mattina fino a sera, hanno fatto fortuna grazie alla mafia». Forse è presto per un revisionismo storico ma persino Ugo Forello, cofondatore di un’associazione come Addiopizzo che si è rivolta soprattutto alle giovani generazioni di imprenditori, oggi si dice pronto a riaprire una riflessione: «Io credo che dopo il caso Saguto si sia passati da un eccesso all’altro, ma una sentenza di dissequestro equivale almeno a una parziale riabilitazione anche di chi magari non ha seguito i percorsi di legalità delle associazioni antiracket. Dopodiché tocca alla politica abbreviare i tempi dei sequestri e tutelare i beni di chi li subisce, affinché non si mandino in rovina enormi patrimoni».
Alla fine, l’importante è non dimenticarsi da dove si arriva.
Claudio Fava, presidente della commissione Antimafia dell’Ars, ha conosciuto i Cavalieri di Catania prima degli imprenditori della finta rivolta anti-pizzo: «I dissequestri di Niceta e Rappa, purtroppo, non sono segnali certi di una rinascita dell’imprenditoria. Solo poche ore fa è stata data l’interdittiva antimafia ai privati che gestiscono il servizio idrico ad Agrigento e in commissione abbiamo assunto elementi chiari sulla vicinanza alla mafia di imprese del mercato ortofrutticolo di Vittoria, nel silenzio di Comune e prefettura.
Questo per dire che oggi forse non c’è l’imprenditoria che occhieggia alla mafia, ma la mafia si fa direttamente impresa». La stagione dei dissequestri dei patrimoni, nella prismatica storia siciliana, sta scrivendo un grande, nuovo punto interrogativo.
La Repubblica Palermo, 21 nov 2018

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