martedì 2 ottobre 2018

“Scambio favori fra editore Mario Ciancio e mafiosi”

Mario Ciancio

Secondo la Dda di Catania Mario Ciancio ha svolto la sua attività imprenditoriale e giornalistica per fare, insieme ai  suoi interessi, quelli di esponenti di Cosa nostra
(ANSA) – Catania, 25 settembre 2018 – Un duro atto di accusa contro l’editore Mario Ciancio Sanfilippo è stato pronunciato davanti a tv e giornalisti dalla Dda catanese il 25 settembre 2018, alla presenza dei carabinieri che hanno svolto le indagini. I magistrati hanno spiegato i particolari del sequestro di 150 milioni di euro che, il giorno precedente aveva colpito uno degli imprenditori più importanti della Sicilia. Hanno anche pronunciato un mea culpa sull’azione della magistratura alla fine degli anno ’90, quando la mafia era all’apice, e non si agì a fondo per debellare il rapporto tra cosche e imprenditoria.

Il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro ha detto che “indubbiamente la giustizia non ha voluto e potuto essere all’altezza dei suoi doveri istituzionali”. Lo ha detto indicando “responsabilità della magistratura di Catania”.
Su Ciancio Sanfilippo, ha aggiunto, è stata “accertata la pericolosità sociale fondata sulla verifica del fatto che vi é stato un apporto costante e di rilievo nei confronti di Cosa nostra”. Secondo il procuratore, l’imprenditore ha intrattenuto “rapporti sinallagmatici (ovvero di mutuo scmabio o reciprocità, ndr) con gli esponenti di vertice della famiglia catanese di Cosa Nostra sin da quando la stessa era diretta da Giuseppe Calderone, rapporti poi proseguiti ed anzi ulteriormente intensificati con l’avvento al potere mafioso di Benedetto Santapaola, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso ed al ruolo di canale di comunicazione svolto dallo stesso Ciancio per consentire ai vertici della predetta famiglia mafiosa di venire a contatto con esponenti anche autorevoli delle istituzioni”.
“Il Tribunale – ha detto il procuratore Zuccaro – letti i documenti e ascoltate le argomentazioni del pm e della difesa, ha ritenuto che Mario Ciancio Sanfilippo sin dall’avvio della sua attività, nei primi anni ’70, e fino al 2013 abbia agito, imprenditorialmente, nell’interesse proprio e nell’interesse di Cosa nostra e che, in ragione di ciò, il suo patrimonio si sia implementato illecitamente, giovandosi anche di finanziamenti occulti e che anche il predetto sodalizio mafioso si sia rafforzato grazie ai fortunati investimenti realizzati per il tramite del Ciancio”.
Ma la stoccata più pesante dei pm a Ciancio riguarda il suo ruolo di direttore de “La Sicilia” per imporre “alla testata giornalistica con più lettori in Sicilia Orientale una linea editoriale improntata alla finalità di mantenere nell’ombra i rapporti tra la famiglia mafiosa e le imprese direttamente o per interposta persona controllate dalla medesima”. Secondo la Dda catanese, l’editore-direttore non voleva “porre all’attenzione dell’opinione pubblica gli esponenti mafiosi non ancora pubblicamente coinvolti dalle indagini giudiziarie e soprattutto l’ampia rete di connivenze e collusioni sulle quali questo sodalizio mafioso poteva contare per mantenere la propria influenza nella provincia catanese”.
Il procuratore Zuccaro ha ricordato che il boss Giuseppe Ercolano entrava in redazione e, accompagnato dall’editore, voleva conto e ragione del perchè egli fosse stato definito ”noto boss mafioso”.
I pm avevano chiesto di sequestrare anche alcuni immobili intestati a Ciancio, ma i giudici della misure di prevenzione non hanno accolto la richiesta. Però hanno sequestrando azioni appartenenti ai figli di Mario Ciancio Sanfilippo. Ma hanno rigettata la richiesta di misura di prevezione personale nei suoi confornti perchè, hanno detto, manca il presupposto ”dell’attualità”.
Zuccaro ha concluso dicendo che la situazione economica del quotidiano “La Sicilia”, ”é veramente
molto pesante”. Così come quella della “Gazzetta del Mezzogiorno” di Bari e delle emittenti televisive di Ciancio. Ovviamente ”è nostra preoccupazione la salvaguardia dell’occupazione delle persone altamente qualificate” che vi lavorano. (ANSA).
29 settembre 2018

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