lunedì 8 ottobre 2018

Le idee. Chi ha lasciato senza difese la democrazia


EZIO MAURO
In un saggio- lettera aperta al suo maestro scomparso Ralf Dahrendorf, il politologo Jan Zielonka sostiene che i populismi di oggi derivano dagli errori compiuti per decenni dai paladini del pensiero liberal. Ma è davvero così?
Ma di chi è la colpa? Se una vera e propria contro-rivoluzione sta attaccando l’Europa, sfigurando attraverso il sovranismo e il nichilismo populista i fondamenti liberali del suo pensiero politico, istituzionale e costituzionale, chi le ha aperto la strada ben prima del voto e trent’anni dopo la fine dell’Urss e dell’Europa dell’Est, con tutte le speranze e le illusioni per una vittoria finale della democrazia sul secolo dei totalitarismi? Adesso una lettera aperta a Ralf Dahrendorf, lo studioso del liberalismo moderno scomparso nel 2009 rimette tutto in discussione, sollevando un dubbio inquietante e scomodo: e se il disagio democratico da cui germina l’antipolitica e il fondo nero della chiusura nazionalista fosse frutto dei nostri errori, e della nostra cattiva manutenzione della democrazia?

La lettera, che Laterza ripropone ora in un libro (Contro-rivoluzione. La disfatta dell’Europa liberale) firmato da uno degli amici più vicini al lavoro di Dahrendorf, Jan Zielonka, docente al St. Antony’s College di Oxford, è un grido d’allarme per l’indebolimento della struttura di pensiero liberale nella società contemporanea, per colpe d’origine, e soprattutto per errori commessi sul campo. Dico subito che non sono del tutto d’accordo con questa tesi perché nell’impeto di assegnare ai liberali le loro responsabilità dimentica le colpe della crisi economico-finanziaria, il più gigantesco attore della fase, che ha fatto irruzione nella storia del mondo non soltanto cambiando i mercati, il lavoro e le imprese ma riconfigurando il sociale, dunque le gerarchie, la scala e le relazioni interpersonali: e infine per forza la politica. In più sono convinto che nei momenti di decadenza, nel crepuscolo dei secoli bui, si sceglie spesso istintivamente ciò che è nocivo, «ci si lascia sedurre da motivazioni non finalizzate», come spiega Nietzsche, e dunque l’attrazione per il peggio può germinare spontaneamente, nell’autonomia del caos, tra il fastidio del mondo e l’angoscia del tempo. Ma il pamphlet di Zielonka ha il merito di sottolineare il deficit di democrazia reale che c’è nelle nostre pratiche abituali, nella nostra — potremmo dire così — democrazia a bassa intensità che scontenta i cittadini e facilita il cammino a quei contro-rivoluzionari molto diversi tra loro (come Lega e M5S in Italia), uniti soltanto dalla profonda avversione al meccanismo liberal-democratico che sembrava ormai egemone alla fine del secolo scorso e nel rigetto dell’intero pacchetto liberale: non solo l’economia neoliberista ma il costituzionalismo democratico, l’integrazione europea, il femminismo, l’aborto, il multiculturalismo, l’ambientalismo, i diritti dei gay. E naturalmente i migranti, bersaglio fisso delle loro campagne perché rappresentano il risultato delle politiche liberali di apertura dei confini, di interdipendenza economica, di protezione delle minoranze.
Fin qui gli attori: ma gli spettatori?
Com’è possibile, si domanda Zielonka, che i cittadini europei si lancino in questo "tuffo nell’ignoto" al canto delle sirene populiste? E com’è possibile che un continente pacifico e ricco come l’Europa assista passivo alla sua disgregazione, giorno dopo giorno? Si può ancora invertire il corso della storia europea, «possiamo ancora uscire vivi da questo scompiglio?».
Certo, non c’è stato bisogno né di barricate né di scioperi per arrivare fin qui. La spesa sociale si è contratta sempre più, i cittadini sono delusi perché le elezioni non producono veri cambiamenti, le decisioni che contano vengono prese da corpi non eletti, mentre tutt’attorno i pilastri fondamentali del liberalismo si stanno tutti sbriciolando, i partiti, i governi, i media, i parlamenti. Naturalmente i partiti in Occidente sono ancora attivi ma operano sconnessi dalla società, sono sostenuti da fondi pubblici dunque vengono percepiti sempre più come parte della macchina statale e non sono comunque in grado di portare avanti da soli il progetto democratico. Quanto alle Camere, secondo l’Eurobarometro nel 2016 solo il 28 per cento degli europei si fidava del proprio parlamento nazionale, mentre le elezioni sono viste come un "voto senza voce", con la posta in gioco troppo bassa, comunque vadano.
I media vengono vissuti come portatori di opinioni partigiane, sensazionalistiche, pronti a dare spazio a politici che parlano come personaggi di reality show. C’è internet, naturalmente, e ha cambiato il mondo. Ma quel canale, dice Zielonka, è sfruttato spesso da chi fa discorsi d’odio più che promozione di democrazia, i dati privati vengono usati dai provider, il mercato di fake news è diventato un campo redditizio d’intervento attivo in campagna elettorale, e dunque internet si rivela dal punto di vista democratico un’arma a doppio taglio, anche perché inevitabilmente ha reso la società più pluralista, più frammentata, più aperta: e quindi più difficile da mediare, riaggregare e rappresentare per un’entità centrale e unitaria com’è un partito. Sguarnito dalla rappresentanza, sfornito della trasparenza, il cittadino dovrebbe poter contare almeno sul privilegio della competenza. Non è così, per la tensione che è nata negli ultimi anni tra gli organi eletti e le istituzioni di controllo, tra i cosiddetti rappresentanti del popolo e gli "esperti". Zielonka enumera le Corti costituzionali, le banche centrali, le agenzie di regolamento che hanno visto accrescere sempre più il loro potere d’intervento nei confronti degli atti di governi e parlamenti non per una macchinazione di chissà quali poteri occulti, ma per un meccanismo d’equilibrio statuale della modernità costituzionale, quel sistema di cheks and balances, pesi e contrappesi che regola la misura dell’esercizio legittimo del potere.
E tuttavia la proliferazione di istituzioni non elettive provoca una sensazione di confisca del meccanismo decisionale, di un suo inaridimento verso un binario laterale, se non morto almeno burocratico, quasi che i cittadini dovessero essere educati più che ascoltati: e innesca, negli ultimi tempi di contropolitica al potere, la polemica anti-culturale contro gli esperti, come se il sapere e la tecnica di governo fossero una prerogativa della "casta" e l’ignoranza degli uomini cosiddetti "nuovi" fosse di per sé un’autoassoluzione preventiva, perché garanzia di estraneità, da mondo alieno, ignorante ma ingenuo. Resta il fatto che in Polonia questo umore contro-rivoluzionario popolare ha portato il partito di governo, "Diritto e Giustizia", a ignorare le decisioni della Corte costituzionale accusandola di scelte politiche, e a varare una legge che regola i suoi poteri, controllandoli.
I leader contro-rivoluzionari hanno convinto pezzi di opinione pubblica che le democrazia liberali sono guidate da una "rete" informale — ma elitaria e discriminante — di politici, lobbisti, banchieri, magnati dei media, basata su una comunanza di storie e di interessi più che di valori etici e professionali. Zielonka ricorda Murdoch e le relazioni coi politici britannici, la fusione tra media, affari e politica di Berlusconi, cita De Benedetti ricordando la campagna di Repubblica contro Berlusconi e poi a fianco del centrosinistra e del Pd in polemica con i contro-rivoluzionari. Si arriva alla denuncia della tentazione permanente della democrazia di diventare ristretta: «Purtroppo c’è qualcosa di vero nell’affermazione dei contro-rivoluzionari che la democrazia è andata diventando via via oligarchica: una élite abbastanza circoscritta che cerca di governare secondo la propria visione del mondo senzapreoccuparsi molto di ascoltare l’elettorato». Col risultato che gli elettori che scelgono i populisti vengono considerati dai liberali «ingenui o irrazionali, se non ubriachi o folli». Zielonka ricorda la risposta di Adam Michnik alla domanda sulle ragioni della vittoria di "Diritto e Giustizia" in Polonia nel 2015: «A volte una bella donna perde la testa e va a letto con un bastardo». Se i liberali non saranno capaci di far sentire ai cittadini che i loro voti contano davvero — è la conclusione — i controrivoluzionari non troveranno ostacoli nell’impiantare una democrazia di pura facciata, senza rispettare i diritti delle minoranze, gli organismi di controllo, la divisione dei poteri. Perché se è chiaro cosa vogliono distruggere, non si capisce cosa vogliano costruire. E Putin e Xi possono dar loro aiuti economici ma non certo modelli di società, perché entrambi mancano di quella forza ideologica di legittimazione culturale e istituzionale propria del liberalismo che si intende soppiantare. Alla fine, torna la profezia di Dahrendorf, che oggi sembra quasi una maledizione: «A parte gli Stati nazionali, non troveremo mai istituzioni appropriate per le democrazia».
Perché globalizzazione ed europeizzazione hanno creato nuove aggregazioni di territorio, di autorità, di diritti, di comunità, mentre i mercati — ecco il problema — sono sottratti ad ogni controllo democratico. Se non può monitorare il movimento di capitali, allora la democrazia rimane senza potere. Se la spesa pubblica non può essere supportata da strumenti come l’inflazione e il debito pubblico, allora gli impegni elettorali diventano inutili. Per essere effettiva ed efficace la democrazia deve influenzare i mercati transnazionali e operare sulla loro stessa scala: deve nascere un’autorità regolatrice pubblica transnazionale. Poteva essere l’Unione europea, ma non ha funzionato, non è riuscita a creare il cittadino europeo.
Così ci troviamo davanti al dubbio irrisolto di Dahrendord: se la democrazia nasce in un processo di formazione dello Stato e della nazione, quel procedimento può essere replicato in contesti diversi, senza un demos definito? Sopra gli Stati-nazione, possiamo avere un insieme di demoi, incapaci però di dare forma ad un demos coerente.
Sotto, avverte Zielonka, la democrazia non potrà certo essere salvata dal ritorno allo Stato-nazione, che potrà sopravvivere solo se saprà adattarsi al nuovo mondo interdipendente, non alzando i vecchi muri: perché la Ue fallisce per un deficit di democrazia, e non perché la democrazia può vivere solo nei vecchi Stati nazionali, come dimostrano nel loro piccolo città e regioni, unità democratiche funzionanti.
Infine, dobbiamo concludere che la democrazia liberale vacilla quando smarrisce i principi che la ispirano, le sue funzioni legittimanti, prima fra tutte la rappresentanza. Sembra un paradosso, visto che la rivoluzione del 1989 aveva spazzato via ogni nemico della democrazia liberale, ma oggi, quando troppe persone si sentono minacciate nel lavoro, nella protezione della salute, nella pensione loro e dei loro figli, «assistiamo all’affermarsi di una potente contro-rivoluzione che mira a smantellare la democrazia liberale e a sostituirla con una nuova forma istituzionale indecifrabile e forse spaventosa».
Perché senza un rapporto equilibrato nel potere istituzionale «la democrazia non può funzionare e il capitalismo diviene predatorio». Che fare? La risposta non è creare un super-Stato globale, dice Zielonka, ma rendere democratico, trasparente, responsabile l’intreccio di reti globali che ci sovrasta, e portarlo a rispondere all’eterna domanda di libertà e di uguaglianza.
Giunti fin qui, si ricomincia.
Dunque, si può: e in ogni caso, con quel che ci aspetta, si deve.
La Repubblica, 3 ottobre 2018

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