lunedì 8 ottobre 2018

Delitto Geraci, vent’anni di silenzi e nessun colpevole

Mico Geraci

Oggi la commemorazione del sindacalista distrutta la targa che lo ricorda
ROMINA MARCECA
Vent’anni di silenzi, di attese e speranze deluse. L’omicidio di Domenico "Mico" Geraci, sindacalista della Uil Allevatori e promesso candidato sindaco a Caccamo, sembra destinato a rimanere irrisolto. Fu la mafia a ucciderlo con cinque colpi di fucile a pompa calibro 12 la sera dell’8 ottobre del 1998, davanti al figlio di 17 anni che assistette alle ultime fasi dell’omicidio. Ma nessuna sentenza è stata mai emessa.

E adesso vogliono cancellare anche la sua memoria: è stata distrutta la targa della strada di Bonagia intitolata al politico che nei suoi comizi faceva i nomi dei mafiosi. Due raid a distanza di poche settimane per spazzare via anche il nome di quell’uomo che la mafia reputava «una mela marcia». Pochi mesi prima dell’omicidio, Geraci si era scagliato contro la mafia e contro il nuovo piano regolatore che secondo lui tutelava alcuni interessi sporchi.
«Noi non ci arrendiamo.
Chiediamo alla magistratura di essere più ardita, di riaprire le indagini e di sondare ogni piccolo dettaglio che possa portare alla verità. Vogliamo i colpevoli», dice il figlio Giuseppe Geraci.
Due i procedimenti penali chiusi con un’archiviazione. Quattro i nomi dei probabili esecutori e mandanti finiti nell’oblio.
«Pesante clima di omertà», scrisse il giudice quando motivò la prima archiviazione a carico di ignoti. C’è voluto il pentimento del boss del paese, Nino Giuffrè, "Manuzza", nel 2002 per avere quattro nomi di probabili killer e mandanti: Bernardo Provenzano, Benedetto Spera, Giorgio Liberto e Giovanni Puccio.
«Cercammo di ammorbidire Geraci - ha ricostruito in aula Giuffrè nel 2006 - ma in una riunione del 1997 Liberto e Puccio mi fecero presente la gravità della situazione. Io sconsigliai di uccidere Geraci.
Questa mia risposta lasciò Liberto visibilmente insoddisfatto». L’omicidio venne commesso - come ha ricostruito Giuffrè - scavalcando il boss.
«Sono anche stato sentito dalla commissione antimafia - non si arrende il figlio del sindacalista e più passa il tempo, più sarà difficile ricostruire tutto. Non si trascuri la vicenda di mio padre».
Lettere minatorie, mazzi di crisantemi e la macchina bruciata. Cosa nostra aveva lanciato diversi segnali all’indirizzo di quel sindacalista che non scendeva a compromessi. Ma lui andò avanti. «Era minacciato dai primi anni Novanta. Mio padre venne ucciso perché era un politico onesto - continua Giuseppe Geraci - oltre che molto attivo e apprezzato a Caccamo. E nei dibattiti pubblici non aveva mai nascosto da che parte stava».
Per i vent’anni dall’omicidio la Uil propone domani un incontro sulla mafia nell’istituto comprensivo "Piersanti Mattarella" di Bonagia. Nel pomeriggio la messa a Caccamo e nell’aula consiliare, sempre a Caccamo, ci sarà un dibattito.
«Mico Geraci era un sindacalista nell’anima - dice Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil - e grazie alla sua azione sindacale e alla sua attenzione ai problemi veri della gente, i braccianti di quella zona si iscrivevano, sempre più convinti, alla nostra organizzazione. Temevo che la sua onestà e le sue capacità potessero essere viste come ostacoli a progetti criminosi e di malaffare. Purtroppo, disgraziatamente, non mi sbagliavo. Nel mio ufficio ho la sua foto. La profanazione della sua targa è un atto vile».
La Repubblica Palermo, 7 ottobre 2018

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