giovedì 13 settembre 2018

Don Puglisi ucciso da mafia e malapolitica

Don Pino Puglisi

Francesco Palazzo
Cosa ha fatto Don Pino Puglisi nei tre anni a Brancaccio? Perché è stato ucciso? Cosa ha messo in atto Puglisi dal 1990 al 1993 tanto da armare menti e mani mafiose? Toglieva i bambini dalla strada? Sì, ma lo facevano e lo fanno pure altri preti, mai sfiorati dai proiettili di Cosa nostra. D’altra parte, nel quartiere Brancaccio, dove sono nato e cresciuto, rione agricolo come genesi storica, quasi tutti si andava e si va a scuola, con laureati, diplomati, professionisti, professori, pure universitari, impiegati e artigiani. Lui si occupò in particolare di un’enclave di famiglie, ancora esistente, circa 150, del centro storico, ghettizzate dalla politica e inviate in alcuni palazzi di Brancaccio all’inizio degli anni Ottanta. Da allora poco o nulla è mutato. Lì si gioca tutta, o quasi, la vicenda del beato.
Che per bonificare quella zona sposò la causa del Comitato Intercondominiale Hazon. Persone che volevano portare civiltà e servizi dove la politica aveva imposto isolamento e invivibilità. Questa esperienza è quella dove quel colpo alla nuca matura. E ciò è dimostrato dal fatto che tre esponenti di punta di quel comitato, che era una cosa sola con 3P, si vedono bruciare le porte di casa in una notte di fine giugno del 1993, a poche settimane dall’agguato mortale. I processi hanno mostrato che la matrice incendiaria e quella omicidiaria sono identiche. Il quadro era ed è chiaro. Puglisi muore perché vuole cambiare quel pezzo di rione, le logiche aberranti che lo guidano, mettendo in discussione la manovalanza criminale che in quei luoghi si era messa a disposizione della mafia che regnava nella zona. Il sangue di don Pino viene sparso per riscattare un piccolo lembo, creato da una politica miope, di un quartiere periferico di Palermo. E non sembri una diminutio, ma un’esaltazione dell’uomo di fede. Che in altri angoli di quella parte di Palermo, il rione bidonville dello Scaricatore e l’agglomerato di case popolari senza servizi, adiacente alla chiesa di San Giovanni degli Eremiti, aveva operato allo stesso modo. A dimostrazione che alla malapolitica e alla mafia creava (crea?) profondo malessere la circostanza che la chiesa si interessi non soltanto di sacramenti, si possono citare i tre anni, dal 1985 al 1988, in cui a San Gaetano, la parrocchia dove viene inviato nell’ottobre del 1990 don Puglisi, arriva un giovane prete, Rosario Giuè. Che spende il suo sacerdozio senza riverenze nei confronti della politica e senza timori di fronte alla cosca mafiosa di Brancaccio. Provocando le stesse reazioni da parte della malapolitica, della mafia, dei suoi sgherri e dei colletti bianchi al suo servizio. Ma come si agiva in queste due vicende pastorali e sociali? Forse implorando assistenzialismo e distribuendo carità attraverso le casse pubbliche? No, venivano chiesti diritti, promozione umana, infrastrutture, rispetto della programmazione comunale, incontri con le giunte comunali in parrocchia. Si cercava la canna per pescare e non il pesce dato a buon mercato dalla politica e dal volontariato, laico o religioso, che si limita al paternalismo che nulla sposta. Il senso del "Se ognuno fa qualcosa" puglisiano si muoveva in tale direzione e le coppole storte lo capirono subito. Ora le domande sono le seguenti. Dal 1993 a oggi i parroci, le realtà parrocchiali, la chiesa di Palermo, sono stati e sono presenti con lo spirito e il metodo di don Pino, mettendosi di traverso alla politica e alla criminalità, oppure ha finito per prevalere un cattolicesimo che non sposta una foglia? Oltre le scomuniche e i documenti dei vescovi, le omelie infuocate nei duomi, si resta sotto i campanili, dove non si reca fastidio a nessuno? La visita del successore di Pietro nei luoghi di don Pino, proprio perché è un imprimatur d’ora in poi inamovibile sul suo sacrificio, dovrebbe consentire a tutta la comunità cattolica siciliana di rispondere a tali fondamentali interrogativi.
La Repubblica Palermo, 12 sett 2018

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