martedì 4 settembre 2018

Convegno a Corleone. "Un patto fra clan per fare affari": gli appunti segreti di Dalla Chiesa

Il capitano Carlo Alberto Dalla Chiesa nel cortile della Caserma CC
di Corleone nel 1949 quando scoprì gli assassini di Rizzotto
SALVO PALAZZOLO
Documenti. Cento giorni a Palermo. Dagli archivi della prefettura del capoluogo spuntano tre note inedite: "C’è un filo che lega i delitti Mattarella, La Torre, Costa e Terranova"
«Per combattere la mafia occorrono più che mezzi straordinari, unitarietà di intenti, intelligenza e fantasia». E ancora: «È necessario un colloquio costruttivo tra tutti gli organi dello Stato senza alcun desiderio di primeggiare l’uno sugli altri. È meglio essere "mezzofondisti" che "centrometristi"». Dagli archivi della prefettura di Palermo riemergono tre documenti con le parole di Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto per cento giorni, mentre la città era insanguinata dalla strategia del terrore lanciata da Totò Riina. Parole di grande attualità sull’antimafia. E attuale è anche l’analisi su Cosa nostra che Dalla Chiesa propone nel corso dei comitati per l’ordine e la sicurezza convocati a Villa Withaker in quei giorni convulsi. GUARDA L'ALBUM FOTOGRAFICO

«Riteneva che il fenomeno mafioso dovesse valutarsi in maniera unitaria», spiega il prefetto di Palermo Antonella De Miro, che ieri ha illustrato alcuni passaggi dei documenti ritrovati di recente nel corso di un convegno su Dalla Chiesa tenuto a Corleone ("La lotta dell’Arma alla mafia") organizzato dalla Legione carabinieri Sicilia e dal Comune. «Poneva come priorità il tema della necessaria compattezza degli organi dello Stato nell’azione di contrasto alla mafia – dice ancora il prefetto De Miro – anche per dare fiducia al cittadino». I documenti sono stati consegnati al figlio di Dalla Chiesa, Nando.
Nel verbale della riunione tenuta il 31 maggio 1982 – sono presenti il procuratore Pajno, il questore Mendolia, il colonnello Valentini dei carabinieri e il colonnello Pizzutti della Finanza – Dalla Chiesa mette come premessa che «la mafia non è soltanto criminalità organizzata e che essa presenta collegamenti con vari gruppi e apparati, compreso quello statale».
Dalla Chiesa sa già qual è la posta in gioco, «l’aveva scoperta da capitano dei carabinieri a Corleone, nel 1949, e poi da colonnello comandante della Legione di Palermo, fra il 1966 e il 1973, quando era entrato nel cuore delle indagini sulla nuova mafia», dice il generale Riccardo Galletta. Negli ultimi 100 giorni della sua vita era prefetto, ma restava un investigatore di razza. Ci racconta uno dei verbali ritrovati: «Il prefetto rileva che esistono molti punti in comune negli ultimi omicidi di stampo mafioso (Mattarella, Terranova, Costa, La Torre) e avanza l’ipotesi che quei delitti possano trovare una spiegazione tenendo conto di due dati di fatto: uno, la zona del corleonese continua a dare linfa vitale alla mafia. Due, le iniziative economiche che stanno sorgendo intorno a Comiso per la realizzazione della base missilistica costituiscono un richiamo allettante della mafia verso la Sicilia orientale». E qui anticipa quanto dirà nella sua ultima intervista, a Giorgio Bocca, su Repubblica del 7 agosto, un dato significativo per comprendere, un altro tema di grande attualità: «La presenza di importanti imprese appaltatrici catanesi a Palermo (in altri tempi inaccessibile a gruppi economici esterni) – diceva il prefetto Dalla Chiesa – dimostrerebbe che c’è il benestare di personaggi e di gruppi di potere palermitano all’ingresso nel settore degli appalti di aziende catanesi a Palermo, previo un corrispettivo che potrebbe essere costituito dall’inserimento agevole di palermitani nel ragusano».
Fa una certa impressione rileggere oggi questo passaggio, perché dopo anni i catanesi di Nitto Santapaola sono tornati a fare tanti affari a Palermo, sul versante delle scommesse on line,il nuovo business delle cosche. Quale altra alleanza è stata stipulata fra le famiglie mafiose siciliane?
«Il prefetto Dalla Chiesa – dicono il presidente della Corte d’appello Matteo Frasca e il generale Luigi Robusto, comandante interegionale dei carabinieri – muore perché vuole far sul serio, vuole seguire i soldi e trovandoli colpire i santuari mafiosi e le collusioni».
La Repubblica Palermo, 4 settembre 2018

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