mercoledì 15 agosto 2018

Salvini, San Luca non sia uno spot ma un impegno


di ENZO CICONTE
Il ministro dell’interno, dopo una visita in Sicilia, ha deciso di trascorre il tradizionale appuntamento di ferragosto con le forze dell’ordine a San Luca, nel cuore dell’Aspromonte. Perché ha fatto questa scelta? Perché è un luogo altamente simbolico, considerato dai mafiosi come la mamma della ‘ndrangheta? Scegliere questi luoghi significa alimentare l’idea un po’ retrograda e razzista che non c’è mafia se non ci sono siciliani, calabresi, campani e pugliesi. È un’idea sbagliata, vecchia e non rispondente alla realtà.
Semmai la visita a San Luca avrebbe dovuto essere preceduta da una visita non in Sicilia, ma a Milano che da tempo è la seconda capitale della ‘ndrangheta. Nelle realtà del Nord operano con il metodo mafioso soggetti locali, nati in quei luoghi, colletti bianchi professionalmente bravi che fanno affari con i mafiosi terroni e da questi hanno introiettato una certa mentalità.

Mi permetto di dare alcuni suggerimenti non richiesti al ministro: dopo San Luca si faccia descrivere dal Prefetto e dal Questore di Reggio Calabria i casati mafiosi e la nobiltà nera delle ‘ndrine calabresi che lì e nella provincia hanno i loro centri di comando.
E poi, se non vuole avere della Calabria un’immagine distorta, si faccia portare a Pizzo Calabro dove ci sono gli stabilimenti dell’ottimo tonno Callipo e a Rossano dove da secoli ci sono gli Amarelli con le loro squisite liquirizie, si faccia portare a Polistena dove don Pino Demasi può raccontare l’esperienza dei giovani della Valle del Marro e a Riace dove il sindaco Mimmo Lucano ha fatto di quel paese un luogo di incontro e di convivenza tra popoli. La Calabria è anche questo (e tanto altro ancora; ci vorrebbero più libri per raccontarlo): eccellenze in vari campi che fanno onore alla Calabria, le danno prestigio e indicano una via alternativa a quella criminale.
Poi vada a Lamezia Terme e prenda un volo per Milano e anche lì incontri Prefetto e Questore e si faccia dire del radicamento mafioso che è antico, degli investimenti in centro storico a due passi dal Duomo, si faccia spiegare come la ‘ndrangheta percorra l’autostrada della finanza legale e illegale-criminale per nascondere ed investire i propri soldi, che sono un’enormità, e forse capirà come una moderna economia debba avere paura di questo pericolo mortale e non di stranieri in cerca di lavoro o richiedenti asilo; si faccia dire come pacchetti di voti mafiosi siano andati a tutti i partiti, compreso il suo (ma qui potrebbe essere il ministro-segretario a fornire qualche indicazione più precisa, se volesse).
Tornato a Roma, incontri il Procuratore nazionale Antimafia e il Direttore della DIA, e si faccia raccontare le rotte internazionali della ‘ndrangheta, le presenze in Europa e nel resto del mondo, in località lontanissime come il Brasile, il Canada, l’Australia, gli USA. A Settembre, riaperte le camere dopo le ferie, si presenti in Parlamento (dopo aver informato il Presidente del consiglio che ha studiato tante cose, ma non la ‘ndrangheta), esponga quanto ha appreso e dica agli italiani come intende combattere la ‘ndrangheta per ridurla, come ha detto con un’espressione poco elegante ma efficace, in mutande. E dopo un anno ritorni in Parlamento e dica quello che ha fatto il suo ministero (il suo ministero, non i magistrati antimafia).
Ecco, se fa questo avrà fatto il suo dovere. Altrimenti la sua visita a San Luca inchioderà quel paese a un destino che può apparire definitivo e senza speranza; e sarà solo uno spot, efficace quanto si vuole, ma solo uno spot. E la Calabria, che è la mia terra, di tutto ha bisogno in questa fase della sua storia travagliata, tranne che di spot.
La Repubblica 15 agosto 2018

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