mercoledì 11 luglio 2018

Lo sbarco in Sicilia del 10 luglio 1943: il giorno che cambiò la Storia

La flotta anglo-americana

SALVATORE LUPO 
MANOELA PATTI
Il 10 luglio di 75 anni fa l’operazione Husky 1.400 navi, 150mila uomini: cominciò la liberazione dell’Europa. La ricostruzione di quelle ore memorabili
All’alba del 10 luglio 1943 gli alleati sbarcano in Sicilia dando inizio all’invasione dell’Europa. I britannici dell’VIII Armata di Montgomery si riversano sulle spiagge della costa sud-orientale, mentre gli americani della VII Armata di Patton puntano sul litorale sud-occidentale, fra Gela e Licata. Le navi sono 1400, gli aerei e i mezzi da sbarco migliaia, gli uomini 150 000. Chi vede approdare questa grande armata sulle coste della Sicilia ha l’impressione visiva, spaventosa e affascinante, di una forza irresistibile.

Dopo Stalingrado, e prima della Normandia, lo sbarco segnò la svolta nella guerra, e quindi nella storia mondiale, ma anche in quella italiana. Ebbe un catastrofico effetto politico sul regime. Fu un anticipo della caduta di Mussolini il 25 luglio, e in un certo senso anche dell’8 settembre. Ne derivarono interminabili polemiche, nei decenni seguenti, sviluppatesi soprattutto sul versante neo-fascista, sul tradimento della monarchia e particolarmente della Marina.
Le polemiche si incentravano soprattutto sulla resa clamorosa della base navale di Augusta, come già su quelle precedenti (giugno) di Pantelleria e Lampedusa, e sul collasso delle difese costiere, e più in generale dell’apparato militare che la propaganda del regime aveva descritto come formidabile.
In realtà, però, tale non era.
Nella sua usuale logica dell’improvvisazione demagogica, il regime si era affidato a reparti male armati, raccogliticci, costituiti da elementi locali, che in quanto tali si sbandarono subito per l’assoluta impossibilità di far fronte a una guerra di quel genere. Erano anche politicamente demotivati di fronte alla crisi di consenso che si era determinata tra la popolazione di fronte al prolungarsi della guerra, al mercato nero, al progressivo peggioramento delle condizioni di vita sino alla fame; nonché alle tante sconfitte subite e ai pesantissimi bombardamenti sulle città. Il collasso di queste milizie territoriali scoraggiò anche qualcuno dei reparti efficienti dell’esercito italiano, però altri resistettero per quanto possibile. La divisione Livorno, dopo essersi coraggiosamente opposta alle truppe americane nella Piana di Gela, fu massacrata dall’aviazione alleata, perdendo più di 7000 uomini su un organico di 11 000. Quanto ai tedeschi, nella Piana di Catania opposero quel tanto di resistenza che consentì loro di sganciarsi ordinatamente rientrando nella penisola. Era il massimo che potessero ottenere. Gli anglo-americani completarono la presa dell’isola soltanto il 17 agosto. La loro fu una vittoria non così facile, non così piena, non così veloce come da tanti è stato detto.
Quella del tradimento è d’altronde solo una delle tante mitologie che girano intorno alla Sicilia del ’43: la quale ha rappresentato e rappresenta tutt’oggi un luogo di straordinaria portata simbolica.
Proprio per questo, nella sua logica semplificatrice, la memoria ha quasi cancellato i britannici, cui pure nel fronte mediterraneo era assegnato dagli accordi tra i due alleati il ruolo del senior partner. Ha collocato al centro della scena, quasi soli, gli americani, sapendoli destinati a governare il mondo nuovo, quali che fossero i sentimenti (grandi entusiasmi da un lato, ostinate ripulse dall’altro) con cui ognuno ha guardato al loro potere.
Dall’inizio del ‘900, rapporto tra Sicilia e America ha significato emigrazione. Citiamo il modo in cui Leonardo Sciascia rievocò il grande evento dello sbarco in un racconto forse scritto nel dopoguerra, e che ritrovate oggi nel volume Il fuoco nel mare.
«Verso la mezzanotte videro dalla parte di Licata il cielo farsi luminoso. Gli americani stavano sbarcando, ne fummo tutti certi. E si aveva il senso che quella luce lontana fosse come di una festa; che gli americani – gli zii, i nipoti, i cugini d’America – facessero splendere la volta nera in gloria di quei santi neri e barbuti per i quali sempre avevano mandato, tra i foglietti delle lettere ai parenti o al parroco, il biglietto da cinque o da dieci dollari».
Dimenticando la storia di sofferenza e violenza quotidiana che tante fonti ci restituiscono, e qualche violenza gratuita commessa dalle truppe americane, il mito vuole in effetti che cugini o zii d’America, per citare ancora Sciascia, siano venuti a liberare l’isola, e poi anche l’Italia, dalla tirannia fascista. Si tratta di un mito sì ma non certamente di una favola. Roosevelt costruì la propaganda degli invasori- liberatori proprio sulla “relazione speciale” fra italiani e italiani d’America. Dopo lo sbarco, decine di giornali americani pubblicarono storie in cui la guerra in Sicilia, The Enemy Friendly Isle (“ Time”, 26 luglio 1943) diveniva per tanti soldati l’occasione per riabbracciare parenti lontani; magari per ritrovare le proprie radici.
L’altro mito, ciclicamente riproposto ( pensiamo al successo del recente film “ In guerra per amore”), è quello del complotto mafioso siculo-americano. Si tratta di una sorta di cascame, potremmo dire, del “ modello” degli zii d’America. Dietro, c’è un fatto vero: il coinvolgimento del grande boss della mafia statunitense, Charlie Lucky Luciano, nella gestione del porto di New York in tempo di guerra. Ci furono altresì vaghi progetti di allargare il raggio della collaborazione, che però non si concretizzarono mai. Nessun documento attesta che Luciano o qualcun altro boss della mafia abbia avuto un ruolo nella pianificazione dello sbarco e a maggior ragione nelle operazioni militari. Qualcuno si è detto sicuro che nei mesi precedenti addirittura Charles Poletti, futuro capo dell’AMGOT, il Governo militare alleato, si aggirava per le strade di Palermo. Ma a quel tempo Poletti faceva tutt’altro. E poi la documentazione sembra escludere che gli Alleati abbiano infiltrato nell’isola agenti segreti prima dello sbarco; a maggior ragione di livello tale da gestire il grande complotto di cui si favoleggia.
È vero invece che nella Sicilia centro- occidentale l’AMGOT intrecciò rapporti di collaborazione con gruppi mafiosi, o qualche volta, viceversa, provò qualche operazione repressiva. Sono questi i due poli, d’altronde, tra cui ha oscillato qualsiasi altro governo nella storia dell’isola.
Salvatore Lupo ha scritto di quest’argomento nel libro Quando la mafia trovò l’America. Storia di un intreccio continentale, (Einaudi). Manoela Patti nel libro La Sicilia e gli Alleati. Tra occupazione e liberazione ( Donzelli).
La Repubblica Palermo, 10 luglio 2018

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