domenica 1 luglio 2018

L’isola assetata. Nella Sicilia dove l’acqua arriva due volte al mese

La diga Rosmarina con poca acqua

ANTONIO FRASCHILLA
Naro e la condanna della siccità “Addio agrumi, oggi coltiviamo banane”
PALERMO - Conosci il Paese dove fioriscono i limoni?» cantava Goethe dopo aver visto lo splendore della Conca d’oro a Palermo. Adesso in quel che rimane di quella Conca assediata dal cemento e dai sacchi edilizi non crescono più limoni ma banane. A Naro, nel cuore della Sicilia, l’acqua corrente arriva nelle case anche una sola volta ogni quindici giorni, e nel paese è tutto un proliferare di autobotti abusive e recipienti sui tetti.
Sono immagini di una terra assetata. Immagini di una Sicilia che si sta trasformando sotto la spinta del cambiamento climatico e che non riesce a trovare soluzioni a causa della solita malapolitica.

La grande sete da queste parti è ormai una realtà: invasi semivuoti, agricoltori disperati, interi paesi con l’acqua corrente solo pochi giorni al mese. Lo Stato ha appena riconosciuto poteri speciali al governatore Nello Musumeci per far fronte all’emergenza idrica, ma nessun potere potrà far cadere più acqua dal cielo e tappare le falle di una rete idrica che perde quasi il 50 per cento dell’oro blu.
Nell’Isola piove sempre meno: secondo una ricerca della Regione negli ultimi cento anni il deficit di piovosità risulta pari a 150 millimetri di acqua, in pratica le piogge si sono dimezzate. Nello stesso periodo la temperatura media è salita di 1,5 gradi.
Quest’anno per quasi tutto l’inverno non è scesa una sola goccia di acqua. Il paesaggio che a febbraio si sono trovati davanti gli agricoltori della grande vallata che dall’Etna arriva fino alla rocca di Enna è stato quello di una terra secca e arida. Quando invece in inverno ai loro occhi quel pezzo di Sicilia era sempre stato una sorta di «grande Svizzera verde», con il grano che cresceva rigoglioso.
Adesso a Regalbuto Giusi Fiumefreddo, giovane imprenditrice, guarda sconfortata la sua terra: «Abbiamo raccolto appena 150 quintali di grano, la metà della scorsa estate — dice — La grande diga Pozzillo è stata a secco fino a primavera inoltrata e non abbiamo irrigato i campi».
Suo padre Vincenzo non ricorda una stagione così: «Mai vista una siccità del genere». Senza grano, non c’è pascolo. In queste vallate da secoli scendono dai Nebrodi gli armenti che hanno fatto la fortuna di migliaia di allevatori: adesso le mucche e le pecore che si vedono pascolare da queste parti si contano sulle dita di una mano. La siccità sta mettendo a rischio nella zona trentamila lavoratori tra braccianti e piccoli imprenditori agricoli.
La grande sete della Sicilia si specchia anche negli invasi vuoti.
Questo inverno le grandi dighe erano a secco, con città come Palermo che hanno rischiato il razionamento a febbraio. Poi un po’ ha piovuto, ma a giugno la capienza rispetto allo stesso periodo dello scorso anno è crollata del 10 per cento. Se il prossimo inverno non pioverà, la Sicilia rimarrà senz’acqua non solo nei campi ma anche nelle abitazioni. Mentre già adesso in alcuni centri dell’Isola, soprattutto nell’Agrigentino, l’acqua arriva in media anche una volta ogni due settimane. È il caso di Naro, con la sua rete colabrodo e un lago a due passi che però, senza manutenzione da anni, è diventato una distesa di fango: «Arriva una volta ogni 15 giorni, e a luglio temiamo che andrà peggio», dice Fabio Iacona, commerciante di frutta locale. Senza interventi sulla rete e senza piogge, dai campi la grande sete potrebbe presto arrivare nelle case di tanti siciliani. Intanto, di fronte a questo deserto che avanza e ai problemi di irrigazione per mancanza anche di infrastrutture, ci sono agricoltori che rischiano di chiudere l’azienda e altri che invece ormai ragionano come se vivessero in un’area sub tropicale.
A Palermo l’azienda dei Marcenò esiste da sette generazioni, con gli avi che esportavano arance in America. Adesso coltiva banane: «Il cambiamento climatico ci ha portato a scommettere su questa coltivazione», dice Letizia Marcenò, dirigente Coldiretti.
Dall’altra parte dell’Isola, a Giarre, c’è invece un consorzio diventato il primo produttore in Italia per avocado: «Ho ereditato un agrumeto — dice Andrea Passanisi — ma oggi qui c’è un clima ideale per produzioni sub tropicali».
Sciascia sosteneva che la linea della Palma sarebbe salita fino a Milano. Nel frattempo è arrivata la linea delle banane e della sete.
La Repubblica, 1 luglio 2018

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