domenica 15 luglio 2018

LA RECENSIONE. Roberto Alajmo, L'estate del '78


Donatella Marinello
Nel settembre del ‘69 la famiglia Alajmo si trova a Parigi quando la falcata di uno sconosciuto invade per caso  uno scatto fotografico che ritrae i due figli della coppia davanti all’Opéra; le gambe  dell’uomo oscurano del tutto  un  fratello mentre  l’altro, io narrante del romanzo , è solo  appena nascosto dall’irruzione : Chissà se almeno  quel signore  ha fatto in tempo ad arrivare dove correva, si chiede l’autore.
Anche il romanzo di Roberto Alajmo  - L’estate del ‘78 , edito da Sellerio -  stigmatizza una corsa, durata anni, di un figlio verso la madre Elena, scomparsa tre mesi dopo un pomeriggio d’estate quando si incontrano per l’ultima volta; l’autore, tutto preso dagli esami di maturità, rimane  stupito dalla presenza  della donna, la quale vive da tempo da sola, dopo essersi separata dal marito. I due si scambiano un saluto frettoloso e senza troppi fronzoli sentimentali-  né carico di presagi sinistri o di premonizioni - che si rivelerà essere un addio.

A quarant’anni da quell’incontro vede la luce l’indagine compiuta dallo scrittore, dopo aver attraversato il guado del sorpasso anagrafico con la madre, morta a 42 anni, per scoprire cosa abbia fatto  la  donna durante i mesi successivi a quel breve e definitivo  saluto di commiato.
La ricerca che impegna l’autore non è lineare, non ci ritroviamo di fronte ad una concatenazione di accadimenti, ma è di tipo circolare per conferire all’inchiesta la peculiarità di un viaggio interiore in grado di riconciliare un figlio  con l’assenza forzata di una madre che ha scelto di chiudere con la vita senza aggrapparsi agli affetti, alle logiche del dover essere (madre, moglie, compagna, poi), rimanendo fedele a se stessa, al desiderio di afferrare quel mondo rivelatosi un grumo vischioso di convenzioni,  di obblighi e di frustrazioni che le sfugge di mano, così come le aveva scritto Ignazio Buttitta in una dedica firmata su un libro, rivelatasi suo malgrado un vaticinio:
A Elena,
Ca vulissi afferrare ‘u munnu
E ‘u munnu ci scappa ri manu.
 L’esterno irrompe nella vita della donna deturpando ogni visione feconda di opportunità e di progettualità, sterilizzandola e senza  nemmeno provare a  capirla “ alle mie possibilità di essere amata non credo ormai più”, scrive Elena nella lettera che consegna in una busta chiusa mesi prima dal decesso alla madre, prima custode del suo ingresso nel mondo, con la clausola di darne lettura solo dopo la propria morte,  pianificando la chiusura con una vita che reputa inadatta a comprendere e contenere le inquietudini di una dimensione creaturale alla mercé di un abisso che tende a risucchiarla con il canto del nulla di una sirena  seducente: Non ho più niente da dire da dare da ricevere…perché non credo più in niente.
La lunga corsa del figlio verso Elena è scandita da una serie di riflessioni molto sorvegliate sul piano lirico, scevre da un facile sentimentalismo, e tutte trascritte attraverso una prosa asciutta, essenziale, che non invade il lettore con barocchismi o vezzi stilistici ma gli dà spazio per meditare, per scegliere su cosa soffermarsi, per confrontarsi su inquietudini universali. E così ci ritroviamo dentro una narrazione, che prima di indirizzare la rotta che condurrà la memoria a destinazione, trova il tempo per consentire all’io di guardare il proprio specchio interno e generazionale, facendo mostra dei propri pensieri, del ruolo di figlio, padre, nipote. L’autore  affida il tutto al lettore e un dolore privato, così pudicamente taciuto, viene elaborato tranciando la solitudine e affidato all’ascolto di una comunione fraterna che diventa condivisione sui non sense dell’esistenza , orrori compresi, così come i naufraghi al largo di Lampedusa che  nel 2013, prima di annegare, gridano il loro nome e il paese di provenienza nella speranza che i sopravvissuti possano liberare i congiunti dal tormento del dubbio sulla sorte dei loro cari dando testimonianza della loro  esistenza di essere venuti al mondo. E’ un mondo che tratta come individui spuri chi desidera volerlo acchiappare per inventarsi una vita fedele alla volontà, oltre che di esserci, di essere, attraverso un   personale corredo di desideri, speranze, sogni; è un mondo che agisce in nome del caos che risucchia le creature dentro la sua stessa disumanità, le dimentica e le abbandona alla fragilità del loro destino.
Anche Elena, nelle sue ultime volontà, non rispettate peraltro dai familiari, tra le altre cose chiede molti necrologi per non sparire nel silenzio. Alajmo è riuscito non solo a dar memoria dell’esistenza di una donna profondamente libera ma anche a far riflettere sulle speranze deluse, sulla giovinezza e sulla vecchiaia, sulle paure, sulle vie misteriose  e incomprensibili che conducono all’amore quando lo si riceve quando lo si ricambia, quando lo si perde e quando non basta più nemmeno nella sua spinta vitalistica, e sull’incomunicabilità che regna di frequente tra gli esseri umani cosicché  a volte sembra proprio il dolore ad essere deputato a  costruire  la fragile  e mutevole passerella in grado di avvicinare gli individui, riconoscendosi simili nell’essere  smarrite  creature affidate alla voracità degli eventi.
 Il romanzo si conclude con un rito che conduce l’io al termine del suo viaggio interiore a celebrare un inno alla corporalità beata della giovinezza, una partita di calcio tra ragazzi che si configura come una metafora della vita e che si trasforma in una festa dionisiaca scandita “di corsa e calci senza senso”,  prima di addormentarsi per sempre.
In filigrana traspaiono come monito le due Leggi Fondamentali della Felicità.
La Prima Legge: la felicità consiste nell’essere felici.
 La Seconda Legge: e saperlo mentre succede, però.
Un invito dell’autore, in modalità sorriso fra le lacrime, a vivere il presente con consapevolezza non dando nulla per scontato, cogliendo le gioie che ci riserva anche nelle minutaglie e a farne tesoro nel qui e nell’ora prima che esse diventino irrimediabilmente irrecuperabili.
Bisognerebbe provare a stilare una specie di Repertorio delle Gioie Irrecuperabili. Quel genere di piaceri che non siamo in grado di cogliere sul momento, e di cui ci rendiamo conto solo qualche tempo dopo, quando ormai sono impossibili da conseguire o riprodurre. Esistono gioie che avevamo in pugno e abbiamo lasciato andare, se non gettato via, come succede con i campioncini di profumo offerti in distribuzione gratuita. Gettati via proprio perché offerti gratuitamente, immaginando che siccome niente costano, niente valgono.  
Roberto Alajmo, L’estate del ’78, Sellerio
Donatella Marinello

Nessun commento: