mercoledì 11 luglio 2018

Intervista ad Emanuele Macaluso: “Dalla Liberazione a Comiso, il secolo Usa visto dall’isola”

Mezzi militari americani nella base di Comiso negli anni '80

EMANUELE LAURIA
Ha vissuto i bombardamenti americani a Caltanissetta e comiziato davanti agli alleati pronti a spedirlo in Africa per eversione. Dal Dopoguerra fino ai missili a Comiso, Emanuele Macaiuso, 94 anni, già dirigente della Cgil e del Pei, ex direttore dell’Unità e del Riformista, è stato testimone d’eccezione di quel pezzo di storia della Sicilia indissolubilmente legata al governo a stelle e strisce.
Macaluso, cosa le rimane dei giorni dello sbarco a Gela?
«Ricordo il bombardamento aereo da parte degli alleati a Caltanissetta, il giorno primo dell’approdo a Gela. Ero a casa di amici, scappai per cercare di ripararmi, ma non c’erano ricoveri. Vidi tanti morti, per strada, quel giorno. La cosa più orribile capitò al mio compagno Michele Calà».

Chi era?
«Un funzionario dello Stato che faceva il bibliotecario della mia cellula clandestina: avevamo tanti volumi, ricordo ancora quelli di Jack London. Michele fu gravemente ferito perché uscì per difendere i libri. Poi morì di cancrena, l’ospedale era stato bombardato e non era agibile».
Che clima si respirava in quei giorni?
«Un clima strano, si passò in poche ore dalla paura alla festa. Era chiaro a tutti, comunque, che finiva la guerra: arrivati gli americani a Caltanissetta, furono aperti i magazzini dove c’erano le derrate alimentari dell’esercito italiano, vi erano custodite grandi forme di formaggio, la gente saccheggiò tutto».
Che giudizio dà, oggi, di quell’azione che ha dato una svolta alla storia della guerra e dell’intero secolo scorso?
«Guardi, gli anglo-americani passarono senza grande resistenza e questo è un fatto il cui ricordo mi colpisce ancora. L’esercito italiano si squagliò subito, i fascisti gettarono le camicie nere nei cestini. Eppure Mussolini, per totale sfiducia nei confronti dei gerarchi siculi, l’anno prima li aveva sostituiti tutti con giovani provenienti da Nord. Non servì a nulla quell’epurazione interna: in Sicilia si anticipò il 25 luglio».
Il dibattito sul ruolo che ebbe la mafia nello sbarco è sempre aperto.
«Io non so dire se gli americani davvero tirarono fuori dalle carceri i vecchi boss per favorire l’impresa. So che l’impresa si sarebbe fatta lo stesso. Una cosa è certa: gli alleati, una volta, in Sicilia, per consolidare il potere si affidarono a chi in quell’isola povera e allo sbando aveva un ruolo: la Chiesa, i grandi latifondisti. E la mafia, appunto. Quegli stessi soggetti che alimentavano il movimento separatista, fortissimo dopo la liberazione, mentre Dc e Pci dovevano riorganizzarsi».
Quanto è stata forte, da quel momento in poi, l’influenza degli States sulla vita politica (e non solo) della Sicilia?
«Bisogna sfatare alcune leggende. Indubbiamente gli americani videro male il governo di unità nazionale. In Sicilia il referendum fu vinto da chi voleva la monarchia e alcuni generali pensarono a un golpe, a fare dell’isola una regione separata dal resto d’Italia e monarchica. Però non credo che questo tentativo fu incoraggiato dal governo Usa. E in ogni caso Umberto II saggiamente non accettò».
Anche sulla strage di Portella della Ginestra aleggia l’ombra dei servizi segreti americani.
«Io non credo che la mano del bandito Giuliano fu armata dagli Usa. Venne annata invece da un gruppo di agrari e uomini politici spregiudicati che gli promisero che l’avrebbero aiutato ad espatriare. Ho polemizzato con alcuni storici su questo punto: è chiaro che gli americani erano contro la sinistra, il Pci, mal tolleravano quel movimento contadino che nel ’47 aveva ribaltato i rapporti di forza politici conquistando il 30 per cento alle elezioni regionali. Ma il giorno della strage di Portella c’era già un governo unitario, in Italia, la Sicilia era ormai un pezzo del Paese, e agli Usa a quel punto interessava dove andava l’intero Paese, non più la separazione dell’isola».
Quante volte, nella sua carriera, il sindacalista e dirigente comunista Macaluso si è trovato a manifestare contro gli americani.
«Oh sì, dai giorni del Patto atlantico. Gli americani non andavano per il sottile. Quando facevo il segretario della Camera del Lavoro di Caltanissetta, mi convocarono e minacciarono di mandarmi in Africa come punizione per una manifestazione che era ritenuta un atto eversivo. Mi salvarono due avvocati, Vassallo e Pinelli, che intercedettero con il colonnello Smith, comandante delle truppe inglesi. Non c’è dubbio che il rapporto con gli americani ha caratterizzato parte della storia della Sicilia: un’influenza vera e propria, almeno quella più forte, ci fu subito dopo la liberazione, con il sostegno delle istanze separatiste.Fu in quel periodo che gli americani cominciarono a pensare alla Sicilia come a una base militare: le polemiche, accese per primo da Girolamo Li Causi, non si sono mai spente, investendo i Cruise a Comiso come l’insediamento militare di Sigonella, fino al Muos.  Ma sarebbe errato limitare l’influenza del governo a stelle e strisce alle sole vicende siciliane: dal secondo Dopoguerra in poi il rapporto con gli Usa, dentro il Patto atlantico, ha caratterizzato l’intera storia d’Italia».
La Repubblica Palermo, 10 luglio 2018

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