martedì 10 luglio 2018

Corleone. L’agonia di un ponte come specchio della crisi di una Comunità

Il Ponte S. Marco a marzo dell'800

di CALOGERO RIDULFO
Il 6 settembre del 1325 l’Università di Corleone, costituita dalle persone più rappresentative di questa terra, si riunivano nella chiesa di san Martino, loro sede ufficiale, per decidere e deliberare sulla realizzazione di un’opera infrastrutturale strategica per lo sviluppo di Corleone, che le avrebbe consentito di aprirsi al mondo esterno: il ponte di san Marco. Nel momento di massima espansione demografica, in questa fase Corleone era il quarto o quinto centro abitato più grande di Sicilia, la sua classe dirigente decideva di porre in essere un snodo cruciale per superare l’isolamento dal quale la naturale conformazione del suolo l’aveva condannata, limitando le sue potenzialità nel momento in cui iniziavano a svilupparsi intensi traffici commerciali con importanti luoghi come Caltabellotta, Sciacca, Trapani, Monte san Giuliano.

In quella sede i probi rappresentanti di Corleone nominavano il mercante Pietro de Pontecorono e il  notaio Matteo de Santo Petro sindaci per la fabbrica del nuovo ponte di san Marco. Verrà costruito, in un breve arco di tempo, con il contributo sostanziale della popolazione. L’architettura del manufatto riflette le influenze politiche del tempo: ponte chiaramontano, cosiddetto a schiena d’asino, destinato a non rimanere unico nel territorio, in poco tempo con la stessa tecnica verranno costruiti i ponti di Busammara, oggi al Casale, di Piano di Scala, delle Due Rocche; Corleone e il suo territorio in questo modo uscivano dall’isolamento.
Il Ponte S. Marzo oggi
Il ponte di san Marco fu parte di un sistema integrato di sviluppo che vide l’area recitare un ruolo importante nel quadro delle relazioni sociali, economiche, produttive, religiose. Nello spazio circostante ci stava l’importante omonima chiesa, la chiesa e il convento carmelitano di santa Agata, due ospedali annessi agli edifici religiosi, un mulino, alcuni stazzoni che producevano manufatti d’argilla; e quando, all’alba del XV secolo, l’Università chiese e ottenne autorizzazione da parte del re di impiantare a Corleone una grande fiera, la scelta della location ricadde proprio sul “chianu ri san Marcu”. La fiera divenne nel tempo una delle principali del regno, durava 12 giorni e richiamava innumerevoli operatori da ogni luogo di Sicilia e non solo, si registrarono presenze di altre città italiane e persino qualche mercante catalano affrontava i rischi e le fatiche di questo lungo e faticoso viaggio.
Le interconnessioni sviluppatesi nel tempo servono a farci capire, se c’è in noi la disposizione, come possa un’infrastruttura strategica costituire volano di sviluppo, e in questo senso il ponte di san Marco, costruito 700 anni addietro, diventa paradigma e bussola di navigazione. Purtroppo noi non possediamo sufficienti capacità di apprezzamento, né dimostriamo rispetto per quanto i nostri avi hanno saputo fare di buono, e così adesso ci ritroviamo questo prezioso testimone del passato ridotto in pessimo stato di conservazione, costretto ad assistere alle fasi agonizzanti di quella che fu la maestosa chiesa di san Marco, a vedersi minacciato dal cedere del suolo a pochi metri di distanza, ad assistere disilluso ai proclami elettorali di improvvisati aspiranti amministratori che ad ogni campagna elettorale promettono di valorizzare l’area.
Dopo le disastrose risultanze dell’ultima legislatura, apertasi con la promessa – favolosa – di messa in sicurezza e valorizzazione della chiesa di san Marco, e chiusasi nel modo che sappiamo, c’è da augurarsi che nessun aspirante amministratore della prossima fase elettorale, che sembra alle porte, osi affrontare con leggerezza questo argomento, che sembra di secondaria importanza rispetto ai tanti temi sociali che la nostra comunità è chiamata ad affrontare, ma che in realtà attiene e si lega con l’insieme di una realtà complessa. Chi sarà chiamato ad amministrare questa cittadina in crisi di identità, tenga conto che la manutenzione, la gestione, la conservazione, la valorizzazione del territorio comunale è il suo compito più importante: sarebbe un buon segno e un buon inizio se si adoperasse per la rimozione, in tempi ragionevoli, delle transenne che deturpano quello che fu un tempo un importante polo di sviluppo; e guardasse con il giusto rispetto il trecentesco ponte di san Marco, perché in nessun paese moderno le testimonianze storiche del passato vengono bistrattate così come da noi.
Calogero Ridulfo

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