martedì 10 luglio 2018

Corleone. I fuochi della mia città

Don Luca Leone, sacerdote
di DON LUCA LEONE
A Corleone, a casa nostra, ci sono segni di speranza tra le nuove generazioni. Quelle accusate di vivere a rimorchio di scelte fatte da altri prima di loro, quelle che non avrebbero gli ideali e i valori di una volta, che non seguono neppure le ideologie, giuste o sbagliate che furono, dei loro padri.
Vorrei usare le immagini evangeliche del lievito e del sale per narrarvi cosa sta accadendo a casa nostra, dove il nuovo emerge dall’apparente immobilismo e dalla staticità di un recente e deludente passato marchiato a fuoco.

Il lievito e il sale hanno la funzione di far fermentare una realtà altra da sé e di  esaltare il sapore di ciò che sapore sembra non avere più. Non dobbiamo temere di ammetterlo, con lucida e a volte amara consapevolezza: non tutto a Corleone è lievito e sale e oserei dire: menomale!
Neppure a Oslo, a Berlino, a Parigi e a Milano tutto è fermento, tutto è sapore, tutto produce buoni e sani frutti. La massa ha bisogno di stimoli, di buoni esempi, di ottimismo, per diventare società che sappia riscattarsi e che funzioni, che investa nel futuro e non si lasci schiacciare dalle inevitabili frustrazioni, ed io tutto questo lo sto vedendo coi miei occhi. Non in un lontano orizzonte, per trovarvi una magra e illusoria consolazione, ma qui ed ora, in questo paese martoriato e benedetto che quarantatré anni orsono mi ha donato la prima boccata di ossigeno non inquinato e ha dato incipit alla mia esistenza notevolmente peregrinante.
Solo quattro mesi dopo la mia nascita fui trapiantato nella fertile e produttiva Padania, in provincia di Torino, dove molti conterranei e non solo, avevano trovato lavoro. Provo gratitudine per il Piemonte, e come non potrei? Ha dato pane alla mia famiglia, mi ha garantito una buona formazione per diciassette anni e tanti bei ricordi. Altri dodici anni li ho vissuti in Emilia Romagna tra le verdi colline bolognesi per gli studi universitari e la gloriosa e nobile Ravenna, dove sono diventato prete tra gente creativa e laboriosa e dove ho imparato il valore del parlare chiaro e schietto senza girare troppo intorno alle cose.
Tornare in Sicilia, a Corleone, è stato all’inizio un forte impatto, per certi aspetti scoraggiante; la nostalgia ti fa idealizzare luoghi e persone che poi ti mostrano un volto meno idilliaco di quel che t’aspettavi. Poi cominci ad entrare in un tessuto sociale dove ci sono luci ed ombre come in ogni luogo in cui sei stato; luci ed ombre che ti abitano perché sono presenti anche in te… e qui tutto cambia.
Ho aperto gli occhi, mi sono sporcato le mani, ho visto germogli di grande speranza che riaccendono una fiducia assopita. Incontri ragazzi con ideali grandi, non ti importa che siano “attaccati alle sottane dei preti”, parli la loro stessa lingua, quella dei valori sia civili che autenticamente cristiani, che certa sottocultura non ha potuto né soffocare né estirpare dai Corleonesi.
Ti accorgi che sotto la cenere cova un fuoco ardente e che mettere insieme le forze per crederci e per riuscirci si può fare, anzi si deve fare! E’ un imperativo per la tua coscienza e per quella di molti ragazzi dal cuore nobile, quel cuore che gronda vita e coraggio, virtù e fortezza nello stemma della nostra città. Non devi inventarti nulla.
Basta far proprie, con umile gratitudine, le idee di altri, di giovani che non perdono tempo, che alzano la testa per diventare lievito che fa fermentare tutta la pasta e sale che da sapore ad ogni piatto, che possono cambiare le sorti di questo paese. Mi sono immerso in un torrente di idee altrui che sono il Caffè Teologico, il Circolo di Legambiente, il Comitato Magna Via Francigena, i progetti di alternanza scuola-lavoro col Liceo “Don Colletto”, gli incontri con le scolaresche e i gruppi Scout della Toscana animati da Fior di Corleone.
Ti sgorga da dentro un solo energizzante pensiero: questa è la vera Corleone! Questa è la mia amata città che nulla ha da invidiare alle metropoli che ho abitato, belle ma non mie, diverse ma non migliori.
Si placa, allora,  la nostalgia di altri lidi e torni a respirare quella ormai antica boccata di ossigeno, l’ossigeno di questa città, che questa volta divori con consapevolezza per poter gridare: sono orgoglioso d’esser nato qui!
10 luglio 2018
http://mafie.blogautore.repubblica.it/2018/07/10/2006/

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