giovedì 21 giugno 2018

L’inchiesta. Sparisce il guanto di uno dei killer: l’ultimo mistero del delitto Mattarella


SALVO PALAZZOLO,
Era stato trovato nella 127 usata dai sicari del presidente della Regione siciliana. Salta l’esame del Dna
Palermo - Un altro reperto scomparso, l’ennesimo, allunga la lista dei misteri di Palermo. È un guanto di pelle dimenticato dai due killer — ancora senza nome — che uccisero Piersanti Mattarella, il presidente della Regione che voleva cambiare la Sicilia, il fratello dell’attuale Capo dello Stato. Trentotto anni fa, il guanto fu ritrovato dai poliziotti della Scientifica nella Fiat 127 bianca abbandonata dai sicari. Oggi, quel reperto era candidato a diventare uno degli elementi più importanti nell’ambito della nuova inchiesta sul delitto Mattarella aperta dalla procura di Palermo diretta da Francesco Lo Voi. I magistrati speravano di trovare tracce del Dna di uno degli assassini all’interno del guanto. Ma il reperto non si trova. Non è più all’ufficio corpi di reato del tribunale e neanche alla Scientifica, non è alla squadra mobile. Il reperto è scomparso.

E, così, in queste ultime settimane, è scattata un’indagine nell’indagine. Per provare a capire se quel guanto si è solo perso o magari, nel corso degli anni, qualcuno ha alleggerito il fascicolo al palazzo di giustizia. In questa inchiesta, è già il secondo reperto che scompare. Non si trovano più neanche gli spezzoni di una targa ritrovati due anni dopo l’omicidio di Palermo in un covo dell’estrema destra a Torino. Quegli spezzoni — “ Pa” e “ Pa 563091” — hanno gli stessi numeri, ma composti diversamente, rimasti agli assassini di Piersanti Mattarella, che avevano utilizzato due targhe rubate per camuffare la Fiat 127 del delitto. Uno spunto importante. E, ora, il procuratore aggiunto Salvatore De Luca e il sostituto Roberto Tartaglia seguono la pista dei killer neofascisti mandati in Sicilia per commettere quell’omicidio eccellente. Anche se una sentenza, ormai definitiva, ha assolto i “neri” Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini e ha condannato come mandanti i boss della Cupola di Cosa nostra.
Dice Piero Grasso, l’ex presidente del Senato che nel 1980 era il sostituto procuratore che indagò sul delitto Mattarella: «All’epoca, quel guanto non era emerso fra gli elementi di rilievo dell’inchiesta, non c’erano indagini scientifiche con cui fare approfondimenti. Non c’erano neanche a fine anni Ottanta, quando poi del caso si occupò Giovanni Falcone. Oggi, sarebbe stato diverso» . Grasso ricorda il Dna estratto dopo vent’anni dai guanti in lattice ritrovati dalla Scientifica accanto al cratere della strage di Capaci. «L’impegno per la ricerca della verità deve continuare nel nostro Paese», dice Grasso.
Del sicario che sparò a Piersanti Mattarella sono rimasti un identikit e un fotofit, realizzati grazie alle indicazioni della vedova del presidente della Regione e poi anche di due scout dell’Agesci, che quel giorno inseguirono in Vespa la 127 degli assassini. «Anni 22-24 circa, statura 1,65, capelli castano chiari, bocca e naso regolari», così annotò la Scientifica. «Indossava giacca a vento celeste, pantaloni attillati, scarpe beige». Irma Chiazzese Mattarella offrì pure altri elementi che sono fondamentali ancora oggi: «L’assassino aveva occhi di ghiaccio e l’andatura ballonzolante» . E sorrideva, mentre sparava.
Dell’altro complice, che guidava la 127, sappiamo ben poco. Solo che a un certo punto dell’esecuzione fornì un’altra arma al sicario. E poi, con freddezza, il commando si allontanò, lasciando l’auto a circa tre chilometri di distanza. Sedici giorni dopo il delitto — questo dice un altro verbale — i carabinieri del nucleo operativo convocarono il proprietario della Fiat 127, il signor Isidoro F. di professione venditore ambulante, e gli mostrarono abiti e oggetti che erano nell’auto. Lui riconobbe come suoi soltanto «due pantaloni, di cui un jeans e uno verde, delle cambiali, un orologio di mio fratello, un bottone nero e il libretto di circolazione». Quel guanto, fra i sedili anteriori, era stato dimenticato dagli assassini di Piersanti Mattarella. Ma non c’è più, come tanti altri dettagli che mancano dal primo rapporto della squadra mobile alla procura. Tanti testimoni non furono neanche sentiti dal vicequestore Bruno Contrada, che negli anni Novanta è stato poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Di recente la sentenza è stata dichiarata però “ineseguibile” dalla corte europea dei diritti dell’uomo.
La Repubblica, 20 giugno 2018

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