martedì 26 giugno 2018

IL POST. Immigrati, se li conoscessimo meglio...


ANTONIO MOSCHITTA
Per chi non lo sapesse io lavoro al cup dell’asp Palermo. A Corleone c’è un centro di accoglienza per immigrati. Stamattina è venuto allo sportello un ragazzo di colore del suddetto centro, per prenotare una visita specialistica. Dopo avergliela prenotata gli ho chiesto se mi poteva dedicare 5 minuti perché volevo parlare con lui. Mi ha detto “con piacere”. Sono uscito dallo sportello, mi sono avvicinato e gli ho chiesto: “Scusa la domanda, ma mi piacerebbe per una volta chiederlo direttamente al diretto interessato: perché sei scappato dal tuo paese? E perché sei venuto qui in Italia?”
Lui non parlava bene l’italiano ma si faceva capire. Mi ha detto “io amo il mio paese. Lo sogno tutte le notti. Li ho mio padre e mia madre e mi mancano tanto. Ti dovrei spiegare come si vive lì per tu capire il perché molta gente come me cercano in tutti i modi per raggiungere l’Europa. Ma non lo capiresti. Dovresti andarci e viverci per rendertene conto. Io ora sono in Italia e non so che fine farò. Se starò qui. Se mi porteranno nel mio paese. Se in un altro stato europeo. Quello che so è che speravo di avere un futuro invece non so neanche se domani mattina sarò qui o altrove. Io volevo solo vivere, lavorare, farmi una famiglia ed avere dei figli. Non ho nulla e penso che non avrò mai nulla. Ed ho solo 26 anni. Ti ringrazio che stai parlando con me. Era da più di un mese che non parlavo con un bianco a parte il ragazzo che ci aiuta nel centro di accoglienza”. 
L’ho salutato e gli ho detto che qualche giorno lo andrò a prendere per un gelato insieme. Mi ha sorriso e mi ha detto “Je t'attends” (si scrive così? Il francese non è il mio forte).

(Dal profilo Facebook di A. Moschitta)

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