giovedì 7 giugno 2018

Il caso. Il coraggio di Mario contro i caporali


giorgio ruta
Il bracciante romeno ha denunciato cinque connazionali che lo avevano ridotto in schiavitù. «Ho subito tanto per avere un boccone da mangiare. Ma adesso basta, non ce la faccio più». Mario il coraggio lo ho trovato in fondo alla sua disperazione. Le gambe da cinquantenne non reggevano più i turni da 10 ore in campagna, la sua dignità gli impediva di vivere ancora in una stanza di pochi metri, stretto con gli altri braccianti, adagiati su un materassino per terra. Mario non è un eroe, è uno schiavo che si ribella ai suoi aguzzini. Un “ carapar”, uno straccione, come lo chiamavano i suoi “padroncini”, venuto dalla Romania in Sicilia per lavoro e finito a sudare in un campo senza stipendio e senza una vita.
Lo straccione una notte è fuggito ed è andato in un commissariato di polizia a raccontare l’inferno delle campagne ragusane, facendo arrestare cinque suoi connazionali.
« Due anni fa ero in Romania, non avevo un soldo in tasca e neanche un lavoro. Un giorno un uomo mi propose di seguirlo in Italia, dove avrei potuto avere un contratto da agricoltore. Mi disse che avrei guadagnato bene e che avrei avuto una casa tutta per me. Mi sono convinto e sono partito » . Mario sale su un bus che lo porta dritto dritto nella bocca dei suoiaguzzini. «Ci hanno messo 12 persone in una stanza, uomini e donne. C’erano pure due ragazze minorenni, costrette a prostituirsi. Erano mazzate, se non rispettavano gli ordini » . Dormivano a terra, per andare in bagno dovevano accontentarsi di un albero lì fuori. Isolati dal mondo, senza un telefono per contattare i parenti, con i documenti sequestrati per evitare colpi di testa.
Sveglia all’alba. Poi tutti stretti nell’automobile del caporale per andare nei campi dell’azienda di un imprenditore siciliano. Alle 6 il sole è ancora basso, si va giù forte a riempire le cassette. “ Boschetari”, senzatetto, urla l’aguzzino. E loro giù, ancora più veloci. «Se avevamo raccolto poco venivamo insultati, se qualcuno parlava erano botte. Finivamo di lavorare quando avevamo riempito due camion, quando il sole era di nuovo sceso». Si lavorava sempre: domenica, Pasqua, Natale. Non c’è pausa per uno schiavo. Neanche quando la giornata sui campi è finita e si torna a casa. «Dovevamo pulire casa e sistemare il giardino, mentre il padrone ci guardava». Ma di salario nessuna traccia, la loro paga era un piatto di fagioli e patate, se andava bene un bicchiere di vino.
«Dopo un anno e mezzo non ce l’ho fatta più e sono scappato » . Mario è andato a denunciare quello che aveva vissuto e si è rintanato in un casolare di campagna. Schiavo in fuga, braccato dagli aguzzini. « Dopo qualche giorno mi hanno trovato due uomini mandati dal mio connazionale. Mi hanno riempito di botte e mi hanno portato di nuovo a casa». È ricominciato l’inferno, terminato quando la polizia di Ragusa ha arrestato, eseguendo un fermo della Direzione distrettuale antimafia di Catania, Lucian Milea, 40 anni, Monica Iordan, 31 anni, Marian Munteanu, 31 anni, Alice Oprea, 31 anni, e Marian Oprea, 37 anni. I gip di Ragusa e Catania hanno convalidato i fermi nei confronti dei 5 romeni difesi dagli avvocati Enrico Platania, Annamaria Granvillano, Laura Bellantone, Biagio Giudice e Vito Melfi Verga.
Milea e Iordan sono accusati di associazione a delinquere finalizzata al traffico di esseri umani e di sfruttamento della prostituzione. Gli altri tre di traffico di esseri umani. Mario adesso fa respiri profondi quando ripensa a Mario lo schiavo. « Ho fatto bene, sì che ho fatto bene», si dà forza.
La Repubblica Palermo, 6 giugno 2018

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