venerdì 29 giugno 2018

IL CARAVAGGIO E LA CITTÀ DI PALERMO DISTRATTA

Caravaggio, la natività rubata a Palermo

Umberto Santino
La Procura di Palermo ha accolto il messaggio della Commissione parlamentare antimafia, che aveva presentato all’Oratorio di San Lorenzo una relazione sul furto del Caravaggio, riaprendo l’inchiesta. A dire della Commissione il furto, avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969, sarebbe stato opera della mafia.
A dire il vero, le dichiarazioni di “pentiti” richiamate nel testo della relazione, pare che continuino la telenovela inscenata dopo la sparizione della Natività, in parte rivedendola e ribaltandola. Francesco Marino Mannoia ha smentito quello che aveva detto prima, cioè che era stato lui a rubare il quadro, che l’aveva danneggiato irreparabilmente e che dopo varie vicissitudini il dipinto è stato distrutto.
Il pentito considerato più affidabile è Gaetano Grado che ha rivelato che il quadro sarebbe finito nelle mani di Gaetano Badalamenti, a quel tempo al vertice di Cosa nostra, che avrebbe saputo del valore del dipinto e l’avrebbe fatto portare in Svizzera, dove è stato vivisezionato e venduto. A dire dei commissari, sarebbero stati individuati i nomi degli esecutori e di coloro che hanno custodito il quadro e trovato come collocarlo, a pezzi, sul mercato clandestino. Nomi secretati e affidati alla Procura.
Rimane un mistero come è stato ritagliato il quadro. Bernardo Tortorici, presidente dell’Associazione degli Anici dei musei sostiene che il taglio è stato fatto da professionisti, con perizia chirurgica; secondo la Bindi, presidente della Commissione, erano dei balordi , assistiti però da esperti. In ogni caso, fin dall’inizio o a un certo punto, sarebbe entrata in campo la mafia.
Che la mafia abbia avuto e continui ad avere un ruolo nel mercato illegale dell’arte non è una scoperta recente.
Già le cronache della seconda metà dell’Ottocento parlano di furti di reperti al Museo di Palermo. Ne riferisce Diego Tajani, procuratore a Palermo nel 1871: «Gli oggetti più preziosi per centinaia di migliaia di lire di valori effettivi e di valori scientifici ed archeologici» vengono ritrovati in casa di una guardia di pubblica sicurezza, applicata al gabinetto del questore. Delinquenti, più o meno classificabili come mafiosi, operavano avvalendosi di complicità all’interno delle istituzioni. Che sui beni culturali si sia giocata una partita con lo Stato, quella che in anni più recenti si è chiamata “trattativa”, lo si è visto con gli attentati del 1993, a Roma, a Firenze, a Milano, ma nel caso della Natività di Caravaggio è una partita in cui a perdere è stata soprattutto la città di Palermo.
Qualche giorno prima della presentazione della relazione, sempre all’Oratorio di San Lorenzo , è stato presentato un libro di Rossana Dongarrà, che coniuga fiction e cronaca, con qualche illuminante riflessione. Palermo si è accorta del Caravaggio dopo che era sparito. La Perdita ha innescato il Rimpianto, tardivo atto di contrizione che rimanda al livello culturale della città, all’assoluta ignoranza o pervicace disattenzione per il suo patrimonio culturale. Anche il sacco di Palermo, unanimemente addebitato alla mafia, è stato più opera di un patriziato incolto e in bolletta che dei mafiosi, ancora non dotati di capitali adeguati per avere il monopolio delle distruzioni e della cementificazione. Ma i professori di architettura e di urbanistica, gli intellettuali, i funzionari delle soprintendenze, i cittadini colti e beneducati, dov’erano? La mafia c’era, c’è e continua ad esserci, ma vedere sempre e dappertutto mafia, e solo mafia, alla fine diventa un alibi. Un modo per condannare chi è già stato marchiato come criminale, onnipresente e onnipotente, e autoassolversi.
La Repubblica Palermo, 29 giugno 2018

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