giovedì 21 giugno 2018

A proposito della "falsa rivoluzione" di Papa Francesco: Una scomoda verità


di Marco Marzano
Vittorio Bellavite, il coordinatore nazionale di Noi Siamo Chiesa, una delle principali organizzazioni del progressismo cattolico, ha pubblicato una lunga nota critica a proposito dell’ultimo numero di MicroMega dedicato al Vaticano e alla “falsa rivoluzione” di Francesco. Bellavite imputa a Micromega, e in particolare al sottoscritto, di nutrire uno “sterile pregiudizio ideologico” nei confronti del pontefice romano e dell’organizzazione che lui dirige.

In verità, Bellavite non nega la validità di moltissime delle argomentazioni avanzate nel numero della rivista da lui messo sotto accusa. Non nega ad esempio, il coordinatore di Noi Siamo Chiesa, che la tanto attesa riforma della curia che avrebbe dovuto dar vita alla chiesa sinodale e rilanciare il potere delle periferie ecclesiali si sia rivelata un clamoroso flop, così come non nega che il presunto rivoluzionario argentino non abbia fatto nulla per mutare il carattere maschilista e clericale della Chiesa Cattolica o che la sua “tolleranza zero” nei confronti della pedofilia si sia rivelata poco più di un vuoto bla bla. Non contesta tutto questo Bellavite. E del resto come potrebbe? Il clamoroso fallimento di tutte le ambizioni riformatrici di Bergoglio è semplicemente incontestabile, è un dato empirico oggettivo sotto gli occhi di tutti, anche se nessuno lo dice mai esplicitamente. Per questo motivo, Bellavite dovrebbe se non altro riconoscere a Micromega di aver avuto il coraggio di compiere un’opera di parresia, di aver affermato una verità scomoda da pronunciare nel clima ottuso da “culto della personalità” costruito intorno a Bergoglio. In definitiva, in questo, e non certo in un pregiudizio ideologico verso il papa, consiste la laicità illuminista della rivista: nel continuare ad usare imperterriti la ragione e la scienza quando tutti intorno ricorrono solo alla retorica mielosa e alla propaganda più o meno interessata.
Quel che invece Bellavite ci rimprovera è di non aver tenuto nella giusta considerazione, accanto agli enormi limiti, quelli che a lui appaiono i grandi meriti del papa argentino. A giudizio di Bellavite, questi riguardano almeno cinque aree: la collocazione internazionale del Vaticano, il rapporto con l’Islam, la questione della povertà, l’ecumenismo e l’ambientalismo. Per ragioni di spazio non posso entrare nel merito di ciascuno di questi aspetti dell’azione e della predicazione di Francesco (sui quali mi permetto di rinviare al mio “La chiesa immobile Francesco e la rivoluzione mancata”). Mi limito ad osservare che, anche nel caso in cui fosse vero (e nella maggior parte dei casi non lo è) che il pontificato di Francesco ha prodotto qualche significativo cambiamento sui terreni citati da Bellavite, si tratterebbe di mutamenti nelle “retoriche” papali che non riguardano, nel modo più assoluto, i rapporti strutturali di potere all’interno dell’organizzazione, e cioè che non scalfiscono la superiorità degli uomini sulle donne, del clero sui laici e di Roma imperiale su tutta la vasta periferia globale.

In altre parole, se il papa inserisce qui e là nei suoi discorsi qualche accenno in più alla condizione dei poveri questo non significa che sia un uomo di sinistra (parlano di poveri anche i fascisti o i peronisti di destra), né soprattutto che la Chiesa stia davvero agendo in modo diverso verso il proletariato, che ad esempio i gerarchi abbiano iniziato a pensare di rinunciare a parte del loro immenso patrimonio mobiliare e immobiliare o che abbiano deciso di interrompere i tanti ottimi rapporti con i dittatori del Terzo Mondo e i leader populisti del Primo o che invitino le masse diseredate alla lotta di classe e alla mobilitazione sindacale. La stragrande maggioranza delle parole pronunciate dal papa, dai gerarchi e dal clero sono semplicemente del tutto prive di conseguenze concrete, come dovrebbe sapere un uomo maturo come Vittorio Bellavite. Immaginare che i regimi politici cambino perché chi li guida innova un po’ il linguaggio della propaganda equivale davvero a vivere nel mondo dei sogni, dove basta chiudere gli occhi perché gli orrori scompaiano e la virtù trionfi. Un’ingenuità analoga porta Bellavite a credere che l’amore per Francesco sia un prodotto spontaneo dei sentimenti del popolo, che i media si limiterebbero a riflettere ed amplificare. Come se la nauseabonda e quotidiana esaltazione populistica del leader "che ama il suo popolo" perché indossa i mocassini usati o si mette in coda col vassoio nella mensa vaticana non fosse parte di una realtà mediatica ormai analoga, nei toni, a quella delle peggiori dittature, dove scompaiono il senso critico e l’indipendenza dell'informazione.

Quel che in realtà a Bellavite e a molta parte della sinistra ecclesiale sembra sfuggire, o che forse non vogliono ammettere, è che papa Francesco, contrariamente a tutte le ingiustificate aspettative alimentate dal roboante avvio del suo pontificato, non è, come del resto i suoi predecessori, né di destra né di sinistra, ma è semplicemente il capo dei cattolici, il principale custode dell’istituzione e il protettore numero uno degli interessi della sua classe dirigente. Questo è del resto da sempre il compito di un papa: tutelare i principi immutabili sui quali l’organizzazione del cattolicesimo si è costituita nel tempo, difenderne il carattere autoritario e monarchico, il maschilismo radicale e la superiorità della casta sacerdotale rispetto alla massa dei fedeli. Francesco si sta dimostrando pienamente all’altezza del compito, anche in virtù della sua capacità di eliminare ogni traccia di vera opposizione dentro l’organizzazione e di riassorbire, a destra come a sinistra, quelle frange dissidenti che furono così fastidiose per chi lo ha preceduto sul soglio di Pietro. Il plauso entusiastico di quel poco che rimane della vecchia sinistra ecclesiale è una delle ricompense più belle per il sacerdote militante in gioventù nella peronista Guardia di ferro, il segnale che la belva aggressiva e sinistrorsa di un tempo è diventato oggi un tenero agnellino smarrito, pronto a rientrare a capo chino e senza condizioni nel vecchio ovile clericale da cui era uscito tanti anni fa. Non si capisce perché noi altri dovremmo seguirlo.

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