lunedì 14 maggio 2018

“Salvatore Carnevale, eroico compagno ucciso dalla mafia”. Un inedito di Di Vittorio

Salvatore Carnevale
di ILARIA ROMEO
Il 16 maggio 1955, la mafia uccide Salvatore Carnevale, socialista, sindacalista della CGIL, fondatore e segretario della Camera del lavoro di Sciara (Palermo). A poco meno di due mesi dall’omicidio, il 7 luglio 1955, Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della CGIL, scrive a Francesca Serio in Carnevale, mamma di Salvatore. Recita la lettera conservata nei locali dell’Archivio storico CGIL nazionale e ad oggi ancora inedita:“Cara compagna, scusami innanzi tutto se non ti ho scritto prima d’ora. La Segreteria confederale ha esaminato la particolare situazione economica della tua famiglia causata dalla morte del caro ed eroico compagno Salvatore Carnevale, assassinato dalla mafia perché difensore accanito e fedele della causa dell’emancipazione del lavoro.
Mentre ti rinnovo le condoglianze più fraterne per la insostituibile perdita del tuo caro figlio, la cui morte sarà di fulgido esempio per tutti i lavoratori siciliani e di tutta Italia, ti invio la somma di lire 100.000 come aiuto della CGIL, per portare un po’ di sollievo alle tue necessità.
Fatti forte cara compagna Francesca e sii certa che il sacrificio di tuo figlio non resterà senza frutto. La marcia dei lavoratori verso un avvenire di pace, di benessere, di maggiore tranquillità per tutti, è continua. Verrà il giorno in cui gli ideali di tuo figlio, che sono gli ideali di tutti i lavoratori del mondo, saranno realizzati.
Il segretario generale Giuseppe Di Vittorio”.
La vicenda relativa all’omicidio di Salvatore Carnevale è particolarmente interessante perché, tra l’altro, vede protagonisti due futuri presidenti della Repubblica: Sandro Pertini sarà a fianco di Francesca Serio per tutta la durata del processo; mentre nel collegio di difesa degli imputati (Giorgio Panzeca, Antonio Mangiafridda, Luigi Tardibuono e Giovanni di Bella, condannati all’ergastolo in primo grado ed assolti in appello e in Cassazione per insufficienza di prove) compare (in Cassazione) un altro futuro presidente della Repubblica, l’avvocato Giovanni Leone.
Tra l’altro la rappresentanza degli interessi di mamma Carnevale è fatta propria dal Comitato di solidarietà democratica, movimento attivo nello scenario politico italiano nato a seguito dell’attentato a Togliatti, fondato da Umberto Terracini con l’intento di difendere le libertà democratiche e di fornire assistenza legale e sostegno materiale agli arrestati per motivi politici e alle loro famiglie, con particolare riferimento agli ex – partigiani attivi durante la Resistenza accusati nell’immediato dopoguerra di atti di violenza sommaria nei confronti di fascisti e avversari politici (tra gli avvocati protagonisti del procedimento Carnevale compare Lelio Basso).
Ovviamente l’assassinio di Salvatore Carnevale suscita, oltre la citata lettera di Di Vittorio (purtroppo sono lacunosi i verbali di Segreteria per quel periodo) una reazione immediata della CGIL guidata da Pio La Torre a livello provinciale e da Emanuele Macaluso a livello regionale («Di Turiddu ho un ricordo vivissimo – dirà nel 2013 – veniva alle riunioni, partecipava attivamente alle nostre iniziative. Era una persona determinata come tanti capilega di allora, un combattente dedito agli ideali di giustizia per rendere più umane le condizioni di vita nelle campagne. A Sciara ricorderò lui e gli altri sindacalisti, oltre quaranta, uccisi dalla mafia in Sicilia in quegli anni. Uomini coraggiosi a cui dobbiamo tanto»).
Lo stesso Carlo Levi gli dedica meravigliose pagine del suo libro Le parole sono pietre e per lui Ignazio Buttitta compone una ballata poi recitata dai cantastorie in tutte le piazze d’Italia.
Nel 1962 viene prodotto il film Un uomo da bruciare, primo film diretto da Valentino Orsini insieme ai fratelli Taviani, liberamente ispirato alla vita di Salvatore Carnevale (interpretato da Gian Maria Volonté).
In proposito è reperibile in rete un interessante ricordo di Goffredo Fofi: “Ho conosciuto Vittorio De Seta a Partinico, provincia di Palermo, nella lontana estate del 1956 quando avevo 19 anni. Ero sceso a lavorare nel gruppo di Danilo Dolci, e De Seta era venuto a cercarlo per parlare con lui del suo progetto di film – avrebbe dovuto essere il suo esordio nel lungometraggio – sul sindacalista Salvatore Carnevale di Sciara, ucciso pochi anni prima dalla mafia. Di Carnevale avevo conosciuto la madre, accompagnando un giorno a Sciara, con Dolci, Ignazio Buttitta e Ciccio Busacca, autore il primo ed esecutore il secondo di una ballata sulla tragica morte del giovane sindacalista. Ero un accanito cinefilo, e anche se a Partinico di andare al cinema non se ne parlava, continuavo a procurarmi “Cinema nuovo” e avevo visto qualche documentario di De Seta e letto della sua opera. Fu il primo regista che conobbi, e anche per questo i miei ricordi sono molto vivi. De Seta era un giovane naturalmente elegante, di nobili origini calabro-sicule, molto diverso dagli intellettuali palermitani di sinistra che avevo cominciato a conoscere e frequentare. Lasciò a Dolci una copia della sua sceneggiatura su Carnevale, di cui io mi appropriai prima che Dolci, come allora faceva, la buttasse assieme alla corrispondenza dei mesi appena passati, di cui riuscii a salvare per un certo tempo, una lunghissima lettera di Pasolini a Dolci (che gli aveva chiesto di raggiungerlo in Sicilia) e una breve lettera di Giuseppe Di Vittorio indirizzata proprio a me. Molti anni dopo, De Seta a cui ricordai quel primo incontro, mi chiese di ritrovargli quel copione, di cui non aveva conservato la copia, ma ovviamente era andato perso in uno dei miei tanti spostamenti da una regione all’altra del paese. Il film su Carnevale finirono per farlo, a modo loro, Orsini e i fratelli Taviani con un giovanissimo Volontè protagonista (Un uomo da bruciare)”.
Ilaria Romeo è responsabile dell’archivio della Cgil
26 ottobre 2017

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