domenica 20 maggio 2018

L’intervista. Guido Lo Forte: “Cosa nostra riesce a infiltrarsi in modo subdolo nell’antimafia”

Guido Lo Forte in un disegno di Nicolò D'Alessandro
SALVO PALAZZOLO
Ancora oggi, fanno a gara per ribaltare mediaticamente il verdetto contro Giulio Andreotti con tante fake news – dice Guido Lo Forte – ma il sistema di relazioni esterne svelato dal processo, il poli-partito della mafia trasversale evocato dal generale Dalla Chiesa, probabilmente esiste ancora e s’è di nuovo inabissato». Passato e presente si intrecciano in modo continuo nel libro che il pubblico ministero del caso Andreotti, oggi in pensione, ha scritto con l’ex procuratore capo di Palermo Giancarlo Caselli. Si intitola “La verità sul processo Andreotti” (Laterza).
L’ultima inchiesta su un potente siciliano, come Antonello Montante, ha riproposto il tema dell’intreccio di relazioni. Cosa c’è di nuovo in questo sistema?
«Non posso ovviamente entrare nel merito di una inchiesta in corso, che dovrà essere verificata nelle sedi competenti. In generale, posso dire che la compenetrazione storica fra mafia e borghesia ha continuato ad essere tale, ma è riemersa negli ultimi anni in maniera più subdola, infiltrando qualche volta persino il campo di una declamata antimafia».

Quanto fu difficile, all’epoca, far emergere il sistema di potere attorno ad Andreotti? I pentiti parlarono di mafia e politica solo dopo la morte di Falcone e Borsellino.
«Dopo le bombe del ’92, anche grazie al processo Andreotti, sembravano esserci le condizioni necessarie perché la stragrande maggioranza dei cittadini potesse vedere la mafia come un nemico alieno da ricacciare lontano e sconfiggere. Ma col passar del tempo, sia pure con alcune importanti eccezioni, anche nell’ambiente della magistratura si iniziò a percepire una sorta di presa di distanza. Un ritorno di quella “grande scaltrezza”, che – per dirla con Giuseppe Di Lello – i magistrati avevano spesso mostrato, nel riconoscere in teoria la pericolosità della mafia per le sue connessioni con il potere politico ed economico e – nel momento di passare alle prassi giudiziarie – nel perseguire costantemente la sola ala militare dell’alleanza».
Dopo il processo Andreotti, arrivò quello a Dell’Utri.
«Casi che si possono leggere in parallelo, una realtà torbida e sconvolgente. Avrebbe dovuto essere una base di partenza ineludibile per qualunque riflessione sul tema dei rapporti tra mafia, politica ed imprenditoria. Invece ne è derivata, con formidabile sostegno mediatico, una tempesta di vere e proprie bufale. L’obiettivo non era solo il processo in sé. In filigrana si può percepire un problema, ben più rilevante, di democrazia. Negare o distorcere la verità, era, ed è, come svuotare di significato negativo i rapporti tra mafia e politica. E legittimarli».
La tempesta mediatica si era già abbattuta su Falcone e Borsellino, ai tempi del maxiprocesso.
«Non vengono mai ricordati abbastanza gli ignobili attacchi che subirono in vita. Siamo alla vigilia dell’anniversario del 23 maggio, non si deve dimenticare. Anche perché la storia si è ripetuta. Proprio come era accaduto nel 1987 al pool di Falcone e Borsellino, esattamente dieci anni dopo, iniziò contro i magistrati della Procura di Palermo una analoga campagna di delegittimazione, con la ripetizione di un repertorio collaudato di insinuazioni e accuse. Anche in questo caso, dal piano delle critiche – ovviamente sempre lecite – al modo in cui vengono istruiti i processi o vengono utilizzati i pentiti, si è passati alle aggressioni e alle calunnie. Nel tentativo di demolire la credibilità della Procura di Palermo si sono dati da fare in molti, soprattutto in determinati ambienti politico-editoriali».
Di recente, il pm Di Matteo ha accusato il Csm di non aver difeso i magistrati dagli attacchi della politica e di certa informazione. Cosa ne pensa?
«Nino Di Matteo, magistrato di grande integrità e professionalità, ha certamente ottime ragioni a sostegno delle sue affermazioni. Sul clima del Csm basta leggere quanto ha dichiarato uno dei suoi più autorevoli componenti, Piergiorgio Morosini, in un’intervista di due anni fa: “Qui è tutto politica. Mi tocca assistere alla scelta di candidati che per competenze e curriculum non meriterebbero quel posto”. Ne ho avuto anch’io personale esperienza, quando nel 2014, sebbene fossi il primo in graduatoria e già designato a larga maggioranza in commissione all’incarico di procuratore di Palermo, la mia imminente e quasi certa nomina venne bloccata dal presidente Napolitano, con una lettera firmata dal segretario generale della presidenza della Repubblica che adduceva la necessità di rispettare, anziché un ordine di precedenza basato sulla rilevanza strategica dell’ufficio da ricoprire, un inedito ordine cronologico nelle procedure di nomina, criterio che non era mai stato applicato prima, e che ovviamente non lo è mai stato neanche dopo. Il Csm, che avrebbe dovuto puntare i piedi in difesa della sua autonomia, non fece nulla, a parte alcuni consiglieri, che contestarono invano il diktat presidenziale, parlando di un Consiglio dimezzato».
Nel 2016 presentò la sua candidatura come procuratore generale di Firenze.
«Ero ancora una volta primo in graduatoria, ma la mia candidatura non venne presa in considerazione, suscitando un’accorata reazione del presidente della Cassazione Giovanni Canzio, il quale inutilmente ricordò a un Csm inguaribilmente correntizio che “Lo Forte ha fatto la storia dell’antimafia in Sicilia, quella vera”».
Ancora oggi restano i misteri di Palermo. Attraverso i processi celebrati, è possibile cogliere una costante nei delitti eccellenti avvenuti negli anni in cui erano più forti le relazioni fra mafia e politica?
«Cosa nostra ha costituito, e può continuare a costituire, componente e strumento di un sistema di potere illegale più ampio. Un sistema criminale che si può raffigurare come un complesso edificio, in cui l’organizzazione mafiosa ha rappresentato una pietra angolare; ma come tutti gli edifici, ci sono anche altri piani e altri abitanti».
Guido Lo Forte in alto nel disegno di Nicolò D’Alessandro è nato a Palermo il 29 novembre del 1948. È stato pubblico ministero al processo Andreotti e procuratore aggiunto a Palermo. Ha chiuso la carriera di magistrato da procuratore della Repubblica a Messina. Adesso è in pensione
La Repubblica palermo, 20 maggio 2018

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