sabato 12 maggio 2018

L’anatema dei vescovi: “Mafiosi e complici dite addio al peccato”

I vescovi siciliani arrivano nella Valle dei Templi

Dall'inviato di Repubblica
Salvo Palazzolo,
Il documento. Nella Valle dei templi la condanna dell’omertà, l’autocritica per i silenzi e l’invito ai parroci a rilanciare l’appello
Agrigento - Nella Valle dei templi la Chiesa siciliana è a una nuova svolta contro la mafia. Venticinque anni fa papa Wojtyla lanciò un urlo vigoroso: «Convertitevi, un giorno arriverà il giudizio di Dio» . Oggi i vescovi dell’Isola rilanciano quelle parole con un documento di 49 pagine che ribadisce la scomunica e l’appello alla conversione, partendo da quello che è ormai un punto fermo dai giorni delle parole di Giovanni Paolo II e del martirio di don Puglisi: «La mafia è un gravissimo peccato». Ma ora, per la prima volta, il peccato di mafia prende forma con una definizione precisa. «Tutti i mafiosi sono peccatori: quelli con la pistola e quelli che si mimetizzano fra i colletti bianchi, quelli più o meno noti e quelli che si nascondono nell’ombra» . E non è finita: «Peccato è anche l’omertà di chi col proprio silenzio finisce per coprirne i misfatti, così facendosene — consapevolmente o meno — complice. Peccato ancor più grave è la mentalità mafiosa, anche quando si esprime nei gesti quotidiani di prevaricazione» . Un peccato che porta alla «scomunica di fatto» .
Ma la Chiesa dice ai mafiosi: «Convertitevi, la salvezza è possibile pure per voi». I vescovi siciliani si sono ritrovati davanti al Tempio della Concordia per una messa solenne, proprio come fece Wojtyla il 9 maggio 1993. E qui hanno lanciato il documento della svolta.
Il piano
Bisogna « rompere il silenzio con parole nostre » , attraverso un « discorso ecclesiale sulle mafie » , dicono i vescovi. Non bastano le denunce, è necessaria una «sistematica catechesi interattiva il più possibile pratica e contestuale». Obiettivo, ribadire ai mafiosi l’appello alla conversione in tutte le occasioni possibili: « Dobbiamo tornare a fare questo annuncio nel catechismo agli adolescenti, in cui anche i figli dei mafiosi devono essere coinvolti; nella celebrazione di sacramenti importanti come il battesimo, la prima comunione, la cresima ». Bisogna ribadire l’appello alla conversione, « anche durante i funerali di persone appartenute alla mafia», spesso esequie in forma privata per i divieti imposti dai questori. Non ci sono più scuse. E a scanso di equivoci Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, chiarisce: «Conversione non è battersi la mano sul petto. È necessario prendere pubblicamente distanza da certi ambienti e offrire una riparazione per il male fatto: ad esempio, risarcendo le vittime».
Il dopo-Puglisi
È una Chiesa finalmente matura rispetto alla gravità del fenomeno mafia quella che appare nelle 49 pagine del nuovo documento della Conferenza episcopale siciliana. « La mafia è una questione ecclesiale », si intitola un capitolo del documento. Lo diceva don Pino Puglisi (in solitudine) che la mafia è un problema della Chiesa, non solo della società. Oggi lo dice con forza anche il vertice della Chiesa siciliana. Meglio tardi che mai. E sono parole chiare: «Effettivamente — è scritto nel documento — la mafia è un problema che tocca la Chiesa».
È una Chiesa finalmente matura sul fenomeno mafia perché ora non fa più distinzione fra le vittime di mafia. Credenti e non credenti sono tutti « eroi della legalità », verso cui bisogna avere — ribadiscono i vescovi — « un dovere di permanente ricordo » , perché « hanno offerto un preziosissimo contributo a che la vita di tutti noi migliorasse». Nel documento, le foto di Falcone e Borsellino si alternano a quelle di Impastato e Mattarella. Un passaggio è dedicato a tutti i familiari delle vittime. «Condividiamo il vostro profondo dolore. A voi, la nostra gratitudine».
Il codice etico
Il documento presentato ieri è il frutto di un lungo dibattito fra i vescovi, che si è svolto in questi ultimi mesi. Dibattito articolato, perché diverse sono le posizioni in campo: la Chiesa siciliana viaggia ancora a diverse velocità. E nel documento non è stato inserito il codice etico per le confraternite varato dal vescovo di Monreale nella sua diocesi: «Chi ha precedenti penali non può ricoprire incarichi nelle confraternite » . Il documento si limita a dire: « Non possiamo tollerare che le festività di Cristo Gesù, di Maria madre e dei santi degenerino in feste pseudo-religiose, in sagre profane, dove non si tributa più onore al Signore ma ai capimafia ». Parole forti, sì, ma che lasciano irrisolto il problema delle infiltrazioni negli organismi di vertice delle confraternite.
La Repubblica Palermo, 10 maggio 2018

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