sabato 21 aprile 2018

Trattativa Stato-mafia. Cinque anni di dibattito fra liti, ascese e cadute


SALVO PALAZZOLO
L’affondo dei professori, la parabola di Massimo Ciancimino la doppia veste di Ingroia: la lotta ai boss non sarà mai più la stessa
Non è stato solo un processo, quello che si è concluso ieri pomeriggio con la sentenza di primo grado. Il caso “Trattativa” ha diviso per sempre l’antimafia.
L’inchiesta era stata appena chiusa dalla procura di Palermo, e già il professore Giovanni Fiandaca — il padre nobile del diritto penale antimafia — lanciava il siluro che avrebbe segnato la grande spaccatura. Correva il 2012. «Processo illegittimo», è stata l’accusa rivolta al pool di Palermo, perché «legittimo fu trattare», per provare a evitare altre stragi. «Negazionista», ha urlato Salvatore Borsellino, il fratello del giudice assassinato in via D’Amelio, al professore Fiandaca. «Com’è possibile dimenticare la sentenza sulla strage di Firenze, ormai definitiva, che parla di trattativa fra pezzi dello Stato e uomini della mafia?».
Ma accanto a Fiandaca si è schierato un altro padre nobile dell’università e dell’antimafia, lo storico Salvatore Lupo. Insieme, i due docenti hanno scritto anche un libro dall’emblematico titolo, “La mafia non ha vinto”, edito da Laterza. E da allora l’antimafia è diventata una trincea senza esclusione di colpi. Anche i più imprevedibili.

Prima ancora che il processo iniziasse — il primo processo che ha visto mafiosi e politici sullo stesso banco degli imputati — la tensione era salita già al massimo livello politico e istituzionale, per il conflitto di attribuzione sollevato dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che non aveva gradito di essersi ritrovato intercettato mentre parlava con l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, spaventato dall’idea di finire indagato dai magistrati di Palermo (come poi è avvenuto).
E il saggio del professore Fiandaca è diventato presto per gli avvocati degli imputati eccellenti — dal generale Mario Mori all’ex senatore Marcello Dell’Utri — il vessillo da agitare nell’aula del processo. Contro i rappresentanti dell’accusa. Che, intanto, dovevano fare i conti anche col “fuoco amico”, perché uno dei componenti più autorevoli del pool, il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, lasciava la toga per dedicarsi a tempo pieno alla politica. Così, presto, la polemica si è moltiplicata, l’accusa di aver istruito un processo politico (uno dei punti centrali del Fiandaca-pensiero) ha trovato un qualche spunto per apparire come un riscontro perfetto. Mentre Ingroia provava a rispedire al mittente le accuse: «Ci sono professionisti dell’antimafia che rinnegano la loro storia, ma nella terra di Pirandello siamo abituati a tutto».
Sono stati davvero gli anni delle sorprese improvvise. Neanche la fantasia di uno scrittore avrebbe potuto immaginare. A metà del processo, Ingroia, dismessa la toga di accusatore e indossata quella di avvocato, ha finito per prendersela con alcuni suoi ex colleghi del pool, per l’inchiesta sul direttore di Telejato Pino Maniaci, l’eroe dell’antimafia caduto in disgrazia per un’accusa pesante di estorsione. L’avvocatoIngroia ha minacciato addirittura denunce. E poi, quando il processo era in dirittura d’arrivo, è finito lui sotto inchiesta, accusato di aver gestito in maniera allegra i rimborsi spese degli alberghi nella sua nuova attività di amministratore di Sicilia e-Servizi, la società regionale che si occupa di informatica. Ingroia ha lanciato un’accusa pesante contro il suo ex ufficio, oggi diretto da Francesco Lo Voi: «Indagando me, si è voluto colpire uno dei pubblici ministeri del processo Trattativa, alla vigilia della sentenza».
Ascesa e caduta di un altro simbolo dell’antimafia. Lo stesso destino che ha avuto in sorte il supertestimone del processo, Massimo Ciancimino, passato dalla ribalta di libri e talk show al carcere, dove sta scontando una condanna per calunnia. Però, in fondo, il contributo del figlio del sindaco mafioso di Palermo resta importante. Nel 2008 bastò solo l’annuncio delle sue dichiarazioni perché alcuni politici un po’ smemorati si presentassero di corsa in procura. Ad esempio, l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, per dire che aveva chiesto a Mancino di chiedere conto e ragione al Ros del dialogo segreto con Ciancimino. Oppure, l’ex presidente della commissione Antimafia Luciano Violante: anche lui si è ricordato all’improvviso di una visita dell’allora colonnello Mori sui colloqui con Vito Ciancimino. E sono aumentati i misteri attorno a quella stagione del 1992-1993.
Sarà ricordato come il processo che ha spaccato, ma anche come il processo che ha rilanciato tante questioni che si intersecano con gli interrogativi sui quali ancora indagano i magistrati di Caltanissetta che si occupano delle stragi Falcone e Borsellino.
Uno, soprattutto, la domanda: cosa sapeva l’allora procuratore Paolo Borsellino del dialogo segreto fra i carabinieri del Ros e l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino?
La Repubblica Palermo, 21 aprile 2018

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