giovedì 5 aprile 2018

Regionali- scandalo in Sicilia, indagini in serie trucchi e tariffe al mercato dei voti


EMANUELE LAURIA
Da 25 a 100 euro per ogni scheda: al lavoro le procure di mezza Sicilia Il ruolo dell’intermediario che offre il denaro e “ scherma” il candidato
«Le competizioni elettorali in Sicilia sono come il Tour de France: i dopati vinceranno sempre». Il fenomeno del voto di scambio, nell’Isola, si può tranquillamente riassumere nella metafora sportiva dell’ex deputato socialista Nino Oddo. Perché le inchieste giudiziarie che si moltiplicano in tutte le procure dell’Isola (soprattutto a Palermo, Catania e Siracusa) danno sempre più il quadro di una campagna elettorale, quello per le Regionali, condizionata dalla corruzione. Il caso dei fratelli Caputo — arrestati ieri — è l’ultimo di una lunga serie: pochi giorni fa, a Catania, la notizia dell’indagine su un chiacchieratissimo candidato forzista, Riccardo Pellegrino, consigliere comunale e candidato sindaco, che avrebbe pagato singole somme di denaro (da mille a tremila euro) a diversi mediatori per acquistare voti in provincia.

Qualche settimana prima era finito in carcere Roberto Barbagallo, sindaco di Acireale, con l’accusa di aver tentato di favorire illegittimamente l’elezione del deputato di Sicilia futura Nicola D’Agostino. E nuovi sviluppi giudiziari potrebbero arrivare a breve: sotto la lente dei magistrati, nel Siracusano, ci sono 3 candidati alle Regionali.
Avrebbero promesso «soldi o altre utilità», questa la formula, in cambio di preferenze.
Lo scambio
Subito dopo il voto, le telecamere delle “Iene” hanno ripreso materialmente lo scambio illecito: il passaggio di denaro fra una edicolante di Acicastello e un’amica, due giorni dopo le elezioni regionali. Nelle immagini si vedono cento euro scivolare da una mano all’altra, cinquanta per ogni voto fatto avere ad Antonio Castro, candidato di Forza Italia di Acireale. «Ad accogliere la mia proposta sono stati in 88», afferma la venditrice di giornali mostrando all’interlocutrice che ha appena preso la ricompensa (e munita di telecamera nascosta) la lista degli altri elettori che avrebbero accettato la sua offerta.
Lui, Castro, ha detto subito di non saperne nulla: «Una fangata ». Non ce l’ha fatta comunque a conquistare un seggio all’Ars: 1.437 consensi, troppo pochi. A Palermo è sotto inchiesta per corruzione elettorale Edy Tamajo, altro big del consenso, con l’accusa di aver comprato — sempre attraverso mediatori — un pacchetto di voti nei quartieri popolari di Palermo. Una lunga scia di inchiesta che sottintende un “sistema”.
Il “sistema”
Al vertice c’è, ovviamente, il candidato, che ha un gruzzolo da investire ma non viene mai a contatto con i “beneficiari finali” dei piccoli contributi. In mezzo infatti risalta la figura dell’intermediario che divide i fondi in somme più piccole affidate a diversi galoppini, incaricati di contattare gli elettori proponendogli soldi in cambio di voti. I politici, in tutti i casi, dicono di non sapere nulla di esborsi di denaro. Le somme sarebbero state versate a loro insaputa. Ma questo sistema, secondo i magistrati, è congegnato proprio in modo da “schermare” attraverso faccendieri e galoppini i candidati che pagano per la loro elezione.
D’altronde, fa riflettere il caso Antinoro: il medico Domenico Galati, che sarebbe stato l’intermediario fra l’ex eurodeputato e i clan, è stato condannato a tre anni per voto di scambio politico-mafioso.
Antonello Antinoro, alla fine della vicenda giudiziaria è stato in parte assolto e in parte ha beneficiato della prescrizione (con sentenza definitiva) per il reato di corruzione elettorale.
Le tariffe
Il prezzo del voto, oggi, risente di una singolare variabile geografica. Cinquanta euro è la cifra che sarebbe stata pagata per procacciare voti ad Acireale. E in provincia di Catania, riferiscono fonti giudiziarie, quella sarebbe la tariffa media. Stessa cifra, in effetti, sarebbe quella versata da chi avrebbe cercato i voti per Riccardo Pellegrino. “Solo” 25 euro è invece la somma che per ciascun voto sarebbe stata offerta a Brancaccio, almeno secondo quanto emerge dall’inchiesta Tamajo. Cifre che, in ogni caso, risentirebbero della crisi economica: nel 2012 i boss del Borgo Vecchio, sempre a Palermo, avrebbero applicato un tariffario da 100 euro a preferenza. Ma, sul piano squisitamente finanziario, conviene a un candidato comprarsi i voti? «Se avessi acquistato tutte le mie preferenze dovrei essere milionario», ha detto Tamajo nel difendersi dalle accuse a suo carico. Ma un navigato parlamentare confidava qualche mese fa: «Anche mille voti, se uno ha una buona base elettorale, possono fare la differenza. Al prezzo di 50 euro l’uno, fanno 50mila euro. Se il candidato viene eletto, quei soldi li recupera con sei mesi di stipendio...».
Le altre promesse
Sullo sfondo ci sono altri tipi di promesse: Barbagallo avrebbe fatto prospettare controlli amministrativi soft ad alcuni commercianti fuori regola, in cambio di un sostegno a D’Agostino, mentre i procacciatori di preferenze per Caputo, a Palermo, avrebbero offerto assunzioni in aziende di amici o addirittura l’ammissione alla scuola infermieri. Le mille facce del un voto di scambio.
La Repubblica Palermo, 5 aprile 2018

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