lunedì 16 aprile 2018

L’INTERVISTA. Pietro Anastasi: “I miei settant’anni dietro a un pallone. Io, ragazzo del Sud che stregò Agnelli”

Pietro Anastasi

MARIO PINTAGRO
D’estate, quando il sole di Sicilia è implacabile, il volto di Anastasi virava rapidamente verso lo scuro prossimo all’antracite, garantendogli un’abbronzatura duratura e precoce. Dev’essere stato allora, giovanissimo raccattapalle al Cibali, che qualcuno gli appioppò il soprannome di “Pietro u turco”. Lo avessero chiamato “il greco” forse avrebbe avuto più senso perché con quel cognome gli Elleni ancora oggi indicano la resurrezione di Cristo. Questo significa la parola greca Anastàsi. Ma lui non si curava di nulla. «A dodici anni passavo tutto il giorno a giocare al pallone, così tanto che mi abbronzavo, e sognavo dietro la porta dello stadio catanese raccattando i palloni che andavano fuori. Scattavo prima degli altri. E sognavo. Sognavo guardando i miei idoli, Charles, Sivori. Di Charles conservo ancora la foto nel portafogli. Mia moglie dissente e sostiene che in quel posto dovrei mettere la sua foto o quella dei figli».
Eccolo Pietro Anastasi da Catania, natali al quartiere Fortino, quello di Porta Garibaldi, festeggiare i suoi settant’anni. Ma c’è un altro anniversario che il centravanti di Juve e Inter di un’epoca, celebra. È il titolo europeo del’68.

«L’unico che abbia vinto l’Italia, con la finale ripetuta una seconda volta perché allora dopo un pareggio si usava così. Aprì le marcature Riva e io misi il suggello con il secondo gol. De Sisti veniva da mezzala in avanti e mi passò la palla. Io la stoppai, la palla si alzò e la colpii infilandola nell’angolino. Un trionfo. Diventammo cavalieri della Repubblica e per quel titolo continentale il presidente Saragat dovette fare una variazione al protocollo perché ero minorenne, la maggiore età scattava a ventun anni»
A vent’anni il titolo europeo. Ma cominciamo dalla Massiminiana.
«Era una squadra vivace, quasi tutta etnea, che giunse sino alla serie C. Ero il più piccolo della truppa, quello coccolato da tutti. Il presidente Massimino mi amava e si faceva amare. Era un calcio genuino, essenziale. Mi pagavano ventimila lire e i pasti in trattoria. Furono i primi soldi guadagnati correndo appresso al pallone. Sono passati tanti anni ma il legame con quei giocatori è rimasto. Ho casa a Rometta e quando torno vado a trovare gli ex compagni».
Da Catania a Varese e poi, da lì, nella vecchia Signora del calcio italiano.
«Il presidente della Juventus Gianni Agnelli fece di tutto per avermi. Lo avevo impressionato tanto dopo una tripletta segnata contro la sua squadra. Fu proprio mentre si vociferava di un mio passaggio all’Inter che Agnelli chiamò il presidente del Varese e stoppò la trattativa nerazzurra. Io dovevo essere bianconero. E pur di realizzare l’affare chiamò il presidente Borghi, industriale degli elettrodomestici, e al prezzo pattuito aggiunse anche una fornitura di compressori per frigoriferi».
Le cronache dell’epoca raccontano che l’affare si chiuse con 660 milioni di lire.
Una cifra pazzesca, forse la maggiore sborsata per un calciatore in tutto il mondo.
«Avevo gli occhi di tutti addosso. Ma la domenica, quando entravo in campo, avvertivo la responsabilità enorme di dare risposte alle migliaia di tifosi assiepati nelle curve. Erano ragazzi del sud che avevano lasciato la loro terra in cerca di fortuna, che si facevano il mazzo nelle industrie, dovevano guadagnarsi la pagnotta. Io, al confronto, ero un privilegiato che aveva svoltato. E dovevo segnare il gol per loro. Dovevo riscattarli dalle loro angustie. La Juve era una squadra a trazione sudista: c’erano Cuccureddu, Furino, Causio, Longobucco, noi eravamo la bandiera del sud che sventolava e portava alto l’orgoglio meridionale. Ogni tanto nei tackle qualcuno mi rifilava un colpo di terrone e io rispondevo a tono: e tu sei polentone, ma guadagni molto meno di me. Oggi nessuno si azzarda a dirmi una cosa simile e tutti mi rispettano».
Nella Juve di Agnelli, Anastasi crea un tandem del gol con Bettega e vince tre scudetti e una Coppa Italia. Poi è lo scambio dei centravanti: Boninsegna alla Juve e Anastasi all’Inter. Una svolta epocale
«Ma sono stato io a chiedere di andare via, non mi trovavo più bene».
L’hanno paragonata a Schillaci, il centravanti capocannoniere di Italia ‘90.
«Orgoglioso del paragone Istintivo come me, con un fiuto spiccato per il gol. Siciliano con tanta voglia di sfondare e anche lui approdato dal Sud nella Juve».
Quando lasciò Catania per Varese e poi Torino c’era un profondo divario fra Nord e Sud. E adesso?
«Erano i tempi delle telefonate alla Sip. Per chiamare casa bisognava andare lì. E a me, ragazzo di famiglia operaia, Torino apparve come una città molto progredita. Ma oggi le cose sono cambiate, le distanze si sono accorciate, non c’è più quell’arretratezza».
Il calcio è cambiato, si riconosce in questo sport dove girano milioni e milioni di euro?
«Tutto cambia. Anche gli ingaggi dei giocatori. Noi guadagnavamo poco e loro oggi molto. Beati loro. Non è cambiata la Juve: cerca di vincere sempre tutto».
L’intervista finisce qui, ma Anastasi chiede se potrà leggere l’edizione siciliana di Repubblica in Lombardia dove risiede da più di cinquant’anni. E alla risposta negativa dichiara: «vorrà dire che mio fratello comprerà il giornale a Catania e me lo leggerà. Io non ho internet e quelle cose lì».
Pietro Anastasi da Catania, 70 anni qualche giorno fa, preferisce rimanere ancorato all’analogico dei giornali, al bianco e nero della tv di Bernabei e al bianco e nero della Juve di Agnelli. Ma è meglio così.
La Repubblica Palermo, 15 aprile 2018

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