martedì 17 aprile 2018

La mostra. Quella Sicilia sulla scena del delitto

Palermo, 29 luglio 1983: la strage di via Pipitone Federico

LUCIO LUCA
La strage di via Pipitone Federico gli omicidi Giuliano e Costa, il disastro di Ustica le pagine nere rilette dai rilievi della Polizia Scientifica
C’è un pezzo di storia che passa inesorabilmente dalla Sicilia. È quello che lega la mafia ai grandi misteri d’Italia, i boss più inafferrabili alla lunga scia di sangue che ha squarciato l’Isola, l’attacco di Cosa nostra all’eliminazione sistematica di chi ha consacrato la sua vita per sconfiggerla. Senza dimenticare le stragi che hanno segnato il Novecento, come quella del disastro aereo di Ustica del 1980. Eventi che finora si potevano rileggere nei libri e nelle collezioni dei giornali, negli archivi dei tg o nel mare magnum di Internet.

Quello che mancava, invece, era la ricostruzione investigativa da parte della Polizia Scientifica, i primi reperti raccolti sui “luoghi del crimine”, le immagini dalle quali sono emersi dettagli fondamentali per le indagini, le foto segnaletiche di chi ha tentato di prendersi un Paese con le bombe e i kalashnikov. Materiale che spesso è servito nei processi per incastrare i colpevoli ma che, ovviamente, era rimasto gelosamente custodito negli armati blindati del Viminale.
Adesso, invece, quei “Frammenti di storia” sono a disposizione di tutti grazie alla mostra itinerante “L’Italia attraverso le impronte, le immagini e i sopralluoghi della Polizia scientifica” ospitata nell’Auditorium Parco della musica di Roma.
Un percorso affascinante e doloroso che parte dall’inizio del secolo scorso con le impronte digitali e le foto di un inedito Benito (erroneamente chiamato Benedetto) Mussolini con i capelli, passa per la scheda segnaletica di un giovane Sandro Pertini condannato per attività antifascista e bollato come “pericoloso”, rievoca il delitto Matteotti, l’arresto di De Gasperi, le prigioni di Antonio Gramsci.
Viste una dopo l’altra, nell’epoca di Csi e dell’ipertecnologia, degli esami del Dna e delle immagini tridimensionali, le foto in bianco e nero della Scientifica sembrano provenire da un’altra era geologica. E forse è proprio così.
Ma di certo colgono l’attimo in cui tutto è cambiato, il momento nel quale la storia d’Italia ha preso una direzione che poteva portare il Paese al disastro. E testimoniano come il lavoro degli uomini di Stato – i poliziotti in questo caso – abbia contribuito a far rinascere la speranza di un popolo che a un certo momento sembrava definitivamente sconfitto. Quello siciliano, certo, che con la mafia e i suoi misteri, a cavallo fra il secondo e il terzo millennio, ha dovuto convivere.
Si comincia nel 1979 con l’omicidio del capo della Squadra Mobile di Palermo Giorgio Boris Giuliano, freddato alla cassa del bar Lux dove ogni mattina prendeva il primo caffè della giornata. Fu Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, a sparare contro il poliziotto che aveva intuito il ruolo di Cosa nostra nel traffico internazionale di stupefacenti e che, per questo, doveva morire. Un anno dopo toccò invece al procuratore capo Gaetano Costa: qualche giorno prima aveva firmato personalmente gli ordini di cattura nei confronti del clan di Rosario Spatola, provvedimenti che altri magistrati si erano rifiutati di firmare. È il 1980, l’anno del disastro di Ustica, il Dc9 dell’Itavia decollato da Bologna e diretto a Palermo che si squarcia in volo e si inabissa nel Mediterraneo. La polizia mostra le foto dei primi resti recuperati in mare e certo fa impressione pensare che 38 anni dopo ci sono ancora 81 morti che chiedono giustizia.
C’è poi la terribile estate palermitana del 1983 con la sua data simbolo: il 29 luglio. Alle 8,05 la città si sveglia con un boato, l’esplosione che uccide il capo dell’Ufficio istruzione del tribunale Rocco Chinnici, due carabinieri della scorta e il portinaio dello stabile di via Pipitone Federico. Palermo sembra Beirut, lo confermano anche le foto dall’alto scattate dalla Scientifica.
La mostra rievoca altri omicidi eccellenti di una stagione terribile: l’atrio d’ingresso crivellato di colpi della casa di Ninni Cassarà, il vice questore aggiunto massacrato in via Croce Rossa nel 1985 insieme al collega Roberto Antiochia, proprio una settimana dopo il commissario Beppe Montana.
E come in una macchina del tempo, il 1992 di Falcone e Borsellino, le auto accartocciate dal tritolo, la risposta dello Stato che arresta prima Totò Riina e poi Bernardo Provenzano, i pizzini del boss e il momento in cui a “Binnu” vengono prese le impronte digitali dopo 43 anni di latitanza.
Le immagini finali sono quelle dei corpi straziati dei migranti morti durante i loro viaggi della speranza nelle carrette del mare. Il triste rito dei riconoscimenti, i barconi carichi fino all’inverosimile che provano ad attraccare a Lampedusa, i poliziotti della Scientifica che prendono in braccia un neonato o giocano con un paio di bambini sopravvissuti alle traversate.
«Questa mostra, che porteremo in giro per tutta l’Italia, è una memoria storica che deve diventare un ulteriore stimolo per assolvere fino in fondo la missione assegnata alla Scientifica – spiega il capo della Polizia Franco Gabrielli – Un’occasione per guardarsi allo specchio e confrontarsi con il passato, ma anche con il futuro che ci aspetta».
La Repubblica Palermo, 17 aprile 2018

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