domenica 11 marzo 2018

Placido Rizzotto, 70 anni fa il suo omicidio: «In questa piazza oggi una Corleone diversa»

Il segretario della Camera del lavoro Cosimo Lo Sciuto

CRONACA Lo chiamavano il vento del Nord, ricorda Dino Paternostro, perché «riempiva di libertà i polmoni dei contadini». Quelli per cui si è battuto, attirando su di sé le ire dei padroni e della mafia, che lo uccide il 10 marzo 1948 pestandolo a sangue e gettando il suo corpo nelle foibe di Rocca Busambra, dove viene ritrovato solo nel 2009
«Rizzotto è patrimonio d’Italia, la nostra terra ha pagato un contributo di sangue altissimo, l’impegno dei sindacalisti come lui è un esempio per tutti». Così questa mattina Cosimo Lo Sciuto, segretario della Cgil di Corleone, intervenuto in occasione della cerimonia per ricordare il brutale omicidio di Placido Rizzotto. Sono passati 70 anni da quel 10  marzo 1948, quando a soli 34 anni viene rapito e ucciso dalla mafia. A condannarlo è il suo impegno a favore del movimento contadino per l’occupazione delle terre e le sue lotte a favore dei diritti dei lavoratori. Tra i primi a indagare c'è Carlo Alberto Dalla Chiesa, all'epoca capitano dei carabinieri. GUARDA L'ALBUM FOTOGRAFICO

«Lo chiamavano il vento del Nord - lo ricorda anche il giornalista Dino Paternostro -. Il suo soffio faceva paura ai padroni e ai gabelloti mafiosi, ma riempiva di libertà i polmoni dei contadini, perché insegnava a non abbassare la testa davanti ai signori. Ma che i contadini rialzassero la testa non piaceva per niente ai grandi proprietari terrieri di Corleone. E non piaceva neppure alla mafia». A finire dietro le sbarre sono Vincenzo Collura e Pasquale Criscione, che ammettono di aver fatto parte del commando che aveva rapito il sindacalista, in concorso con Luciano Liggio, la primula rossa di Corleone e fra i protagonisti del maxiprocesso a Cosa nostra celebrato a Palermo nell'86.
I primi due, però, vengono alla fine scarcerati per insufficienza di prove, dopo aver ritrattato la confessione, mentre Liggio è latitante fino al 1964. Ma è solo grazie alla testimonianza del pentito Collura che è stato possibile ritrovare, il 7 luglio 2009, i resti di Rizzotto, che era stato gettato nelle foibe di Rocca Busambra, dopo essere stato pestato a sangue. La certezza che si tratti di lui arriva finalmente nel 2012, comparando il dna estratto dalle ossa recuperate con quello del padre, morto alcuni anni prima e riesumato per questo scopo.
«Rizzotto lottava per una società migliore e oggi siamo qui per dare continuità a quel percorso e rappresentare l’immagine di Corleone capitale italiana, e non solo siciliana, dell’antimafia e dell’antifascismo»,  è il commento di Enzo Campo, segretario generale della Cgil Palermo, anche lui intervenuto a Corleone in piazza Garibaldi, davanti al busto del sindacalista. «In questa piazza oggi una Corleone diversa. L’antimafia militante è radunata qui», afferma ancora, rivolgendosi ai presenti. E sono in tanti ad essersi presentati all'appuntamento di questa mattina: soprattutto studenti, malgrado di sabato le scuole siano chiuse, e poi associazioni antimafia, forze dell'ordine, rappresentanti delle istituzioni e parenti delle vittime uccise da Cosa nostra. 
Da Franco La Torre, figlio di Pio La Torre, che ha diretto la Camera del Lavoro di Corleone dopo Rizzotto, ad Antonella Azoti, il giudice MorvilloGiuseppe RizzoVincenzo lo Jacono e Placido Rizzotto, il nipote anche lui sindacalista e che porta addosso, con quello stesso nome, il ricordo di un uomo che per i giovani corleonesi di oggi rappresenta un emblema del paese, la cui immagine in passato troppo spesso è stata offuscata dalla mafia. Presente, anche se non fisicamente, anche il vescovo di Monreale, monsignor Pennisi, che ha inviato per l'occasione un messaggio personale, sottolineando che «a distanza di 70 anni lui è stato il vero vincitore, e gli assassini sono stati i veri perdenti». 
MERIDIONEWS, 10 MARZO 2018


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