martedì, marzo 27, 2018

Montagna Longa, l’ultima battaglia


Enrico Bellavia
Dopo la superperizia i familiari delle 115 vittime della sciagura aerea di Palermo del 1972 si appellano al pg di Catania: “ Indaghi lui”
Una battaglia che sfianca e avvilisce quella per la verità sulla strage aerea di Montagna Longa. Un mistero che con ostinata determinazione la magistratura lascia che rimanga tale, pur di fronte a una valanga di elementi che vanno in direzione contraria a quella sbrigativa e più accomodante dell’errore dei piloti. Ora la perizia dell’esperto Rosario Ardito Marretta, l’ingegnere e professore universitario che ha già risolto il giallo dell’inabissamento dell’Atr della Tuninter nel 2005, all’ipotesi della bomba formulata a caldo — e sempre scartata aprioristicamente dalle verità ufficiali — fornisce una serie di dati di fatto.

La procura di Catania, competente perché a bordo del Dc 8 Alitalia c’era il magistrato palermitano Ignazio Alcamo, ha archiviato in fretta quel dossier di 161 pagine. Lo ha fatto utilizzando tre scarni fogli che liquidano il lavoro scientifico e battono sempre sullo stesso punto: il tempo trascorso.
Quarantasei anni sono un lasso enorme tra la tragedia e la sua memoria quasi per tutti. Ma non per i familiari di quelle 115 vittime che hanno diritto a una risposta. Lo hanno preteso le vedove e quel centinaio di bambini rimasti orfani. Il 5 maggio del 1972 il più grande di loro aveva 16 anni, il più piccolo 6 mesi.
Per questo, Ilde Scaglione e Ninni Valvo, riuniti con tutti gli altri parenti in associazione, continuano il lavoro che fu di Maria Eleonora Fais, e non si sono dati per vinti. Con l’avvocato Giovanni Di Benedetto hanno chiesto che sia la procura generale ad avocare la riapertura delle indagini. Si battono perché il lavoro di Marretta venga valutato e la sua tesi vagliata: l’aereo non si schiantò per un errore umano ma per una manomissione.
Due i pilastri della consulenza: il calore che avrebbe dovuto generare l’aereo al momento dell’impatto su Montagna Longa e, in secondo luogo, il giallo della scatola nera.
Se l’aereo si fosse schiantato per un’errata manovra dei piloti, avrebbe urtato la montagna incendiandosi con tutto il suo carico di combustibile e intorno non avrebbe dovuto più crescere un filo d’erba. Invece alcuni corpi sono rimasti pressoché integri, molti non avevano le scarpe, come se qualcuno li avesse avvisati di un imminente atterraggio e gli stessi bagagli sembrano essere stati danneggiati da una forza interna alla fusoliera. E c’è poi la testimonianza di chi vide l’aereo in fiamme.
Marretta trova una sola spiegazione a tutto questo: una detonazione a bordo provocò una deflagrazione che rese ingovernabile l’aereo. E a nulla valsero i disperati tentativi dei piloti.
« Il carburante — spiega Marretta — fu disperso in atmosfera dopo l’esplosione avvenuta in prossimità di uno dei serbatoi». I piloti cercarono di liberarsi del resto. La fuoriuscita in volo provocò le fiamme che i testimoni videro.
Il mistero della scatola nera sembra essere il suggello al mistero. L’Fdr ( flight data recorder), allora una sorta di stampante ad aghi, aveva il nastro strappato già dal 30 aprile. In quello stato il Dc 8 avrebbe dovuto fermarsi per la riparazione. Invece, senza segnare alcunché sul nastro della scatola nera, l’aereo volò per cinque giorni. E così anche quel 5 maggio. L’anomalia avrebbe dovuto essere segnalata da due spie in cabina. E i piloti lo avrebbero dovuto segnare sui registri di bordo. Invece nulla.
Se il nastro è strappato, a meno di ipotizzare che sia stato manomesso successivamente, non resta che immaginare che fosse stato manipolato lo strumento che doveva segnalarne l’anomalia.
Cosa potrebbero dire nuove indagini? Potrebbero ricontrollare la perizia Marretta stressandola, per verificare tutti i calcoli effettuati, si potrebbero ricercare tracce sui corpi di materiale esplosivo, ci si potrebbe mettere a caccia dei resti dell’aereo che, giallo nel giallo, non si sa che fine abbiano fatto. Anche alla riesumazione dei corpi si erano detti disponibili i familiari, ma anche su questo la magistratura di Catania è stata finora indisponibile.
C’è poi il contesto che non va tralasciato. Quel volo spezzato precede di 20 giorni Peteano, cade a un anno esatto dall’uccisione del procuratore capo di Palermo Pietro Scaglione, a 17 mesi dal golpe Borghese, nato sul quell’alleanza tra mafia e “neri” nel cui seno sono state coltivate le stragi successive e alla quale si interessò perfino Giovanni Falcone. E quella connection era la base del rapporto del vicequestore Giuseppe Peri del 1977.
Abbastanza perché almeno su Montagna Longa, come accaduto per il volo di Enrico Mattei, si possa scrivere una pagina di verità con bollo di giustizia. Anche dopo oltre 40 anni.
La Repubblica, 27 marzo 2018

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