venerdì 23 marzo 2018

La storia, l'immagine icona: la fotografa e la bambina 38 anni dopo


GIADA LO PORTO
Letizia Battaglia ritrova la ragazza col pallone protagonista di uno dei suoi scatti più celebri che è stato riproposto nello stesso luogo esatto
«Non riuscivo a parlare, mi sono venuti gli occhi lucidi, una fitta al cuore. A lei tremavano le gambe, ci siamo abbracciate strette strette». È una Letizia Battaglia insolita, che lascia fuori dalla porta l’ironia che la contraddistingue, quella che inizia a raccontare l’incontro, dopo 38 anni, con la “bambina con il pallone”, icona di una delle sue foto più celebri. Alla fine ce l’ha fatta la fotografa palermitana a ritrovare quella ragazzina con gli occhi nerissimi e il volto imbronciato da lei immortalata in uno dei tanti vicoli della Cala nell’estate del 1980. «La donna che è diventata non ha tradito le mie aspettative e questo mi commuove – dice senza avere paura di mostrare il lato più delicato di sé – È stato il mio chiodo fisso in questi anni. Poteva diventare un’altra persona, diversa da come l’avevo idealizzata. Come un amore che ti può illudere. Non avevo sbagliato, ho ritrovato gli stessi occhi intensi che mi avevano colpito. È stato un sollievo perché questa bambina mi ha accompagnato per quasi metà della mia vita». La Battaglia una settimana fa aveva lanciato un appello, attraverso le telecamere della trasmissione di Raitre “Chi l’ha visto” e quella bambina, oggi diventata una donna di 46 anni, ha risposto.
«Ci siamo incontrate nel luogo dove l’ho fotografata 38 anni fa, in piazza Fonderia Oretea, alla Cala, davanti alla stessa porta – dice – anche se oggi è diversa perché il palazzo è stato restaurato. Si chiama Caterina e vive a Monreale, è una casalinga, mamma di due ragazzi di 26 e 24 anni. Sua madre lavorava in un negozio della zona e quel giorno la bambina l’aveva seguita e si era fermata a giocare con i ragazzini del quartiere». Letizia era seduta ai tavolini esterni di un bar insieme a Franco Zecchin ed Ernesto Bazan, faceva molto caldo, quando il suo sguardo fu rapito da quei giochi d’infanzia.
«Mi alzai e iniziai a correre verso di loro – ricorda – Avevo la macchina fotografica al collo, come sempre. Mi colpì subito, la spinsi delicatamente contro la porta e lei automaticamente alzò il braccio, si mise in posa ed io le dissi di non ridere, quindi assunse questa espressione molto seria, molto profonda. La fotografai e me ne andai». Ma quella bambina, che per quasi quarant’anni ha accompagnato la vita della fotografa, con il suo sguardo tormentato, non sapeva di essere diventata il simbolo della Palermo ferita dalla lotte mafiose. «L’ho incontrata per un minuto e mezzo nella vita, non di più – aggiunge – non sapeva neanche che esisteva una fotografa che si chiamava Letizia Battaglia. Ha fatto una vita semplice di madre, compagna, moglie». È stato il fratello maggiore di Caterina a vedere la trasmissione e riconoscere quella bambina magra con il pallone nella mano destra e mille lire nella mano sinistra. «Avevo paura di incontrarla pur avendola sempre cercata – confessa Letizia – paura che quella bambina nella vita avesse intrapreso strade sbagliate, mi sono tranquillizzata: ha il volto di una donna che ha vissuto una vita abbastanza felice. È dolce e con gli occhi buoni. Me la immaginavo piccola e invece è diventata altissima, è come se per me fosse cresciuta in due ore, perché fino a quel momento è sempre rimasta bambina ai miei occhi». Adesso è tornata a fotografarla da adulta. È il potere della fotografia che coglie nell’eternità l’istante che l’ha abbagliata.
La Repubblica Palermo, 23 marzo 2018

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