domenica 25 marzo 2018

Il giorno di Salvini e Di Maio, la coppia populista conquista i primi Palazzi


FRANCESCO MERLO
I nuovi padroni della politica. Lega e grillini sommano le loro vittorie mutilate e si impongono a Berlusconi: eletti Casellati (Fi) al Senato e Fico (M5S) alla Camera. Un patto destinato a diventare rivalità
Grigio ma compatto, muscolare ma composto, l’estremismo italiano si è unito e ha scalato il cielo. Salvini e Di Maio hanno messo insieme le loro vittorie mutilate e, scegliendo con mestiere politicante la berlusconiana Casellati e il grillino Fico, in un Parlamento che si è confermato il luogo topico dei veleni e delle trappole hanno battezzato la diarchia del populismo che governerà l’Italia: « Ormai lo sento ogni giorno, più di mia madre» ha detto Salvini. E certo si può sorridere - di simpatia o di scherno - davanti agli estremisti, agli squinternati d’assalto, ai campioni delle insolenze, dello sberleffo e dello sbeffeggiamento che per prendere il Palazzo si sono vestiti da Prima Comunione.

A guardarli dalla tribuna stampa, tutti in piedi e pulitini, mentre si spellavano le mani per l’elezione dell’avvocato Casellati, che è la più berlusconiana dei presidenti che abbia mai avuto il Senato, ci siamo chiesti cosa ne avessero fatto di quel rabbioso malumore che in Italia ha ridotto i blog, la Rete e la politica come i muri di certe latrine, dove ognuno che arriva scrive porcherie. E’ vero che la coppia Casellati- Fico è come schizzata fuori da una fessura, proprio come accadde a sinistra a Pietro Grasso e Laura Boldrini ( vite parallele?) ma l’imprevisto trionfo della Casellati non è ancora il canto del cigno del vecchio potere berlusconiano. Con compiacimento, Salvini e Di Maio si sono esibiti in tattiche, astuzie e trucchi per circuire l’ancora pretenzioso signore di Arcore ( e questo potrebbe far piacere anche a noi). Ma il mezzo tradimento è solo un mezzo affrancamento e, comunque la si guardi, adesso la seconda carica dello Stato è una fondatrice di Forza Italia, coautrice delle famigerate leggi ad personam, una dei matrimonialisti che è riuscita a umiliare Veronica. Elegante nel suo tallieur, giacca e pantaloni blu, la commossa settantunenne neopresidente mai avrebbe immaginato di diventare una bandiera dei grillini, che del giustizialismo sono la derivazione più sguaiata. Cattolica, di bella famiglia, sa infatti di essere il simbolo della politica affidata agli avvocati che è stata una delle più importanti cifre del berlusconismo: commi e ricusazioni per difendere gli interessi del boss, rinvii e articoli bis, emendamenti, “lodi” e norme miracolistiche approvate “contro la giustizia atroce e iniqua”, contro il proprio giudice naturale, contro i magistrati “comunisti e pazzi”.
Ed era molto malinconico contemplare ieri nell’emiciclo sia l’allegria da naufraghi di Renzi e della sua corte - ma cos’avevano tanto da ridere? - sia la tristezza di Pietro Grasso, curvo anche da seduto, e di Vasco Errani che in torvo silenzio gli sedeva accanto. E’ vero che l’eccesso di vittoria, come nelle partite che finiscono 6-0, è la spia della pochezza dell’avversario, ma l’esito esagerato, appunto come nel calcio, evidenzia anche la malattia dello sport e falsifica le reali capacità del vincitore che è portato a credersi Maradona o Carlo Magno. Ieri mattina in Senato tanto il riso nevrotico di Renzi quanto la pomposa cupezza di Grasso ci raccontavano il fallimento di quell’Italia che aveva sognato le mediazioni culturali e i libri, quell’ Italia di sinistra che si era illusa di tirarsi fuori dal pantano attraverso i grandi riferimenti internazionali, da Camus all’America di Obama, da Tocqueville a Marx, da Bobbio ad Habermas. E invece - unico paese dell’Europa avanzata - qui il Castello è stato espugnato dai populismi senza incontrare resistenza.
Forse è per questo che i grillini ora pensano di avere titoli e competenze nell’amministrazione del territorio occupato. E certo è possibile che la politica stia già imprigionando i suoi imprigionatori. Ma è anche possibile che, completate le formalità rassicuranti, presto torneranno nientemeno che come cultura di governo - i rutti e i vaffa insieme con le scie chimiche, i microchip sotto la pelle, la guerra ai “vaccini inutili”, le ignorantissime lezioni sul tumore da curare “ con il limone e la cacca di capra” e su “l’aids che è la più grande bufala del secolo”.
Di sicuro il cambio d’epoca è avvenuto in Parlamento e in attesa di portare al governo la sua destra dei forconi e delle ruspe, della castrazione chimica, dello sparare a vista, Salvini, che sino a qualche mese fa indossava la cravatta solo da nudo, ieri al Senato sembrava Calogero Sedara che finalmente si ingoffa nel frac di Don Fabrizio. E Di Maio, che fu commesso alla stadio di Napoli, ieri alla Camera veniva riverito come uno statista dai commessi in livrea, dai suoi ex colleghi. Non credo che piacerebbe a Brecht, ma Di Maio è il cerimonioso commesso chiamato a guidare una nazione.
E’ vero che in Italia si diventa leader sporcandosi le mani, tradendo l’alleato e uccidendo i padri, come già D’Alema e Renzi e come Salvini prima fece con Bossi e ora sta facendo con Berlusconi, ma è anche vero che sono, Salvini e Di Maio, due alleati di razza incerta, con un rapporto di mutua intesa che li rende uguali, come il cane e il padrone di Thomas Mann. E’ probabile che presto ciascuno sfogherà sull’altro il proprio istinto ambivalente di protezione e di predominio, ovviamente tra le risate dei numerosi cortigiani che si stanno assiepando intorno a loro. La diarchia populista segna il ritorno al potere della vecchissima provincia italiana senza appunto le mediazioni culturali. Presto Di Maio finirà nei presepi napoletani e Salvini nelle tesi di laurea della Bocconi, proprio come accadde a Di Pietro che da re-magistrato fu celebrato in politica come un eroe, pastore tra angeli e pecore, cattedratico nell’università di Castellanza, persino protagonista di un fumetto pornografico.
Per un po’ anche Di Maio e Salvini governeranno senza dover fare i conti con niente, né con Lenin né con Moro, né con Gramsci né con Gentile, né con la storia né con la vera politica, né con la grammatica né con l’Italiano. Sono l’espressione asintattica del profondo Nord e del profondo Sud, della provincia che è all’arrabbiata, come le penne.
La Repubblica, 25 marzo 2018

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