sabato 17 marzo 2018

Fondi Ue alle aziende dei boss: l’ultimo affare di Messina Denaro


SALVO PALAZZOLO
Il blitz della Dda: scoperti due finanziamenti da mezzo milione di euro Il ruolo degli insospettabili consulenti. Giallo su un tesoro in Romania
I mafiosi più vicini al superlatitante Matteo Messina Denaro potevano contare sui buoni consigli di due insospettabili consulenti, un agronomo e il titolare di un patronato. E non ci fu alcun problema a ottenere nel giro di poco tempo due finanziamenti europei, tramite l’assessorato regionale all’Agricoltura. Alla fine del 2014 giunsero 423mila euro, per estirpare e impiantare 24 ettari di vigneto sui terreni un tempo degli eredi di Nino e Ignazio Salvo, in contrada Pionica di Trapani.
Due anni dopo, altri 100mila euro. I manager di Cosa nostra hanno ormai affinato il metodo del grande assalto ai fondi di Bruxelles, dal 2000 a oggi una torta da 2,2 miliardi di euro, che avrebbe dovuto rilanciare l’agricoltura siciliana. Invece è stato un boom di truffe: solo nell’ultimo anno, la procura regionale della Corte dei conti ha ottenuto quaranta sentenze di condanna per raggiri all’Agea, l’ente erogatore dei fondi comunitari per l’agricoltura. Un danno erariale di due milioni di euro, una goccia nel mare del malaffare che regna in Sicilia, questo dicono le indagini della magistratura, da Trapani a Messina, passando per Catania.
L’ex elettrauto
L’ultima indagine della procura distrettuale antimafia di Palermo racconta del capomafia di Salemi, Michele Gucciardi, che aveva un gran da fare fra i pizzini del superlatitante e le direttive ai fedelissimi: il braccio economico del clan era la “Vieffe società semplice” di San Giuseppe Jato, gestita da Ciro Gino Ficarotta, un ex elettrauto che un tempo avrebbe procurato l’acido ai Brusca e che oggi ha proprietà immobiliari e una società anche in Romania.
Ma non bastano i capitali, ci vogliono i tecnici per “spingere” le pratiche. Giuseppe Bellitti, gestore del patronato “Informa famiglia” di Salemi, era sempre puntale con i mafiosi della sua zona. Al punto che la moglie diceva in auto a un’amica: «Se non lo attaccano ora mio marito... ma vero, almeno mi sistemerebbe prima a me».
Intanto, lui informava uno dei prestanome di Ficarotta dell’iter burocratico per i libretti “Uma”, i tagliandi di controllo dei mezzi per ottenere il carburante agricolo agevolato. E martedì scorso Bellitti è stato «attaccato», proprio come ipotizzava sua moglie, arrestato per associazione mafiosa dai carabinieri e dalla Dia di Trapani. Stesso destino dell’agronomo Melchiorre Leone, di Vita, centro del Trapanese: è stato intercettato mentre discuteva con Salvatore Crimi, emissario del boss Gucciardi, dell’ultima circolare dell’Ocm (Organizzazione comune dei mercati) sui contributi per la produzione di vino. Ficarotta puntava ad altri finanziamenti, di recente aveva avviato una pratica all’assessorato regionale all’Energia.
La mafia dei Nebrodi
Anche i mafiosi dei pascoli che operano in provincia di Messina sono specialisti nella razzia dei fondi Agea. La Dia di Catania ha scoperto che il reggente del clan di Cesarò, Giovanni Pruiti, gestiva una serie di società impegnate in agricoltura e allevamento. L’azione rigorosa dell’ex direttore del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, ha svelato invece che 4.400 ettari di terreno erano stati affidati nel tempo a personaggi equivoci, che riuscivano ad accaparrarsi 2,5 milioni di finanziamenti Agea l’anno. Sono scattate 23 revoche su 25 assegnazioni. Gli imprenditori beneficiari erano legati ai Bontempo Scavo, ai Santapaola, ai Cesarò. E nel maggio 2016 Antoci finì nel mirino di un attentato. Adesso i terreni del Parco vengono assegnati attraverso un bando e un protocollo d’intesa con la prefettura punta ad arginare altre infiltrazioni. Ma è solo la punta di un iceberg quella che è stata scoperta.
Fondi benedetti
Non è davvero facile arginare le truffe. Perché spesso i finanziamenti sono assegnati a ditte immacolate. A volte anche di più: per anni l’azienda “Santuario Maria santissima del Rosario di Tagliavia” ha percepito fondi Agea per un milione e 100mila euro. Chi poteva sospettare che erano finiti nelle mani della mafia, addirittura di persone vicine al “capo dei capi” Totò Riina? Solo di recente i carabinieri di Palermo e i colleghi del Ros hanno scoperto che l’azienda della diocesi di Monreale è stata a lungo sotto l’influenza dell’unico dipendente, il figlio dell’autista di Riina. Ora la struttura è commissariata dalla magistratura. Mentre si prova a recuperare il tempo perduto: solo nel 2015, l’assessorato regionale all’Agricoltura ha varato alcuni protocolli di legalità: fu la prima iniziativa dell’allora assessore Nino Caleca. Strano che mai nessuno l’avesse fatto prima.
Adesso, per fortuna, i protocolli sono stati estesi a tutti gli enti regionali. E l’obbligo del certificato antimafia è scattato anche per aree di valore inferiore a 150mila euro.
Basterà?
Il misterioso consulente
I consulenti dei boss sono al lavoro. Dall’indagine coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Guido e dai sostituti Gianluca De Leo e Carlo Marzella, emerge anche il nome di un altro professionista, di Mazara del Vallo, che sarebbe stato consulente dell’ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro: così scrivono i magistrati nell’ordinanza che ha fatto scattare il blitz. Il consulente non risulta indagato, viene comunque indicato come persona in ottimi rapporti con l’anziano capomafia Vito Gondola, un altro fedelissimo di Messina Denaro: per conto dei mafiosi, avrebbe dovuto avvicinare un imprenditore che aveva acquistato alcuni terreni, per convincerlo a rivendere. Ma l’imprenditore non volle sentire ragioni.
L’asse Trapani-Palermo
Dietro l’ultimo finanziamento scoperto dalle indagini resta il vero mistero, l’asse fra San Giuseppe Jato e Trapani.
Potrebbe essere la chiave per svelare i segreti più recenti dell’imprendibile Messina Denaro. Dal 2015 si sono fatti sempre più frequenti gli incontri fra i boss della provincia palermitana e quelli più vicini al superlatitante. Nel 2015 i carabinieri del comando provinciale di Palermo e i colleghi del Ros riuscirono a documentare i viaggi a Marsala di Ignazio Bruno (reggente di San Giuseppe Jato) e del suo fidato Vincenzo Simonetti, per incontrare il capomafia Vito Rallo. C’erano altri affari in cantiere. Come quelli di cui discutevano più di recente l’emissario di Gucciardi, Crimi, e Antonino Sciortino, altro autorevole mafioso della provincia di Palermo. Forse nella San Giuseppe Jato un tempo dei Brusca c’è ancora una grande cassaforte a disposizione della direzione strategica del clan oggi più intraprendente, quello di Messina Denaro.
La Repubblica Palermo, 16 marzo 2018

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