sabato 3 febbraio 2018

L’anniversario. “Compagni occupiamo”. E a Palermo sbarcò il ’68

PIERO VIOLANTE
Cinquant’anni fa gli studenti di Lettere diedero il via a una catena di proteste. La linea dettata da Mineo, il ruolo dei “dottorini”
A dare la linea sull’università fu il compagno Mario Mineo (classe 1920) al Circolo Labriola, con sede in via Costantino Nigra e di proprietà di un’Opera Pia. Era il 20 gennaio 1968. Mineo ci convocò per discutere con alcuni compagni della rivista “La Sinistra” sullo stato dell’università (la miccia era stata già accesa a Torino il 27 novembre) ma soprattutto sul ritardo di Palermo. Lo stanzone severamente spoglio era affollatissimo: anziani professori ex comunisti ma gauchisti oltre il Pci, giovani laureati, studenti iscritti in maggioranza a Lettere e Architettura, un gruppo di militanti della IV internazionale e giovani psiuppini. Una riunione spessa di fumo che approvò la linea di Mineo che riteneva il movimento studentesco il “motorino di avviamento” della rivoluzione. Le perplessità furono spazzate via da Mineo con l’argomentazione leninista che qualunque agitazione lascia dei residui e che questi sono importanti nel lungo periodo.
La memoria. La sera andavamo a Casa Professa Mappa dei luoghi “sessantottini”

Gli studenti non fanno lotta di classe? Lo si vedrà dopo, mai dirlo prima.
A occupare la Facoltà di Lettere, non ancora collaudata, quasi un mese dopo, fummo dei dottorini convinti che l’università di Palermo vivesse un doppio gap rispetto all’arretrata, dogmatica e gerarchica università italiana: la perifericità della città e il suo essere la capitale del malaffare mafioso. Periferica, mafiosa e coloniale, scandì Attilio Mangano, laurea sul Politecnico di Vittorini, militanza Psiup e grande amore per Tenco, alla fine della sua relazione chiedendo all’Assemblea di votare l’occupazione.
L’aula Columba era stracolma di studenti che in maggioranza, temendo la sospensione degli esami, si opponevano. I loro interventi erano bruscamente interrotti dai labriolini e da quelli della Figc. La bagarre durò a lungo, ma alla fine si occupò con uno stretto margine e forse qualche broglio.
Essendo dottorini eravamo anche molto astratti. Per un mese fu un fiorire di controseminari su Lukács, Freud, Reich, Barthes che adoravamo dopo le sue lezioni sugli elementi di semiologia su invito di Luigi Rognoni, milanese, musicologo sì ma anche e soprattutto bordighista.
Questa prima fase in cui si era creato un dialogo con i professori “di sinistra” come appunto Luigi Rognoni, Armando Plebe (prima della virata a destra, a causa del ’68 ha sempre affermato), Gastone Canziani e Giacinto Lentini, socialisti, Riccardo Ambrosini, che si affannava a spiegarci Saussure e Chomsky, fu bruciata dall’accelerazione degli eventi nazionali. Dopo marzo, dopo la battaglia di Valle Giulia, anche a Palermo vi fu una crescente radicalizzazione imperniata sulla possibilità che il movimento studentesco, non solo quello universitario ma soprattutto quello degli studenti medi, fosse davvero il motorino di avviamento se non per la rivoluzione almeno per la formazione di quadri “rivoluzionari”. Mentre si canalizzava il malessere generazionale in una strategia complessiva che includeva altri protagonisti come gli operai dei Cantieri navali, e l’emergenza del Belìce. Si consuma tra il marzo e l’ottobre del ’68 a Lettere un cambio generazionale nella leadership studentesca che emargina i dottorini o almeno i cosiddetti “kerenskiani” con l’idea che a partire dall’università, si potesse cambiare la politica della sinistra italiana, formando un soggetto alla sua sinistra.
Fu l’epifania di Corradino Mineo. Il tema non era più l’Università ma lo Stato e la Rivoluzione. Si bruciarono velocemente molte mediazioni culturali, anzi la “cultura” fu presa in ostaggio favorendo la reazione violenta dei chierici universitari. La vittoria della corazza ideologica fa archiviare il movimento come macchina desiderante passando dall’analisi della crisi del sapere all’identificazione della cultura come menzogna.
L’irrigidimento ideologico si avviò in Francia dopo la sconfitta del glorioso Maggio dell’immaginazione au pouvoir e soprattutto in Germania.
Così fu anche in Italia. Tuttavia lo scossone libertario era stato così forte che nonostante la resistenza del “Dominio” e il raggelamento ideologico il Sessantotto ruppe valori e gerarchie nel lungo periodo mutando il volto della società europea.
Così fu anche a Palermo, dove l’Università, l’establishment culturale, dovette cedere ad una nuova sensibilità: sorprendenti le giovani cattoliche con i loro esercizi in assemblea di autocoscienza.
Mutavano drammaticamente i rapporti tra i sessi e le gerarchie sociali sembravano allentarsi in una permissività che sostituiva un’inesistente mobilità sociale.

La Repubblica Palermo, 2 febbraio 2018

La memoria. La sera andavamo a Casa Professa Mappa dei luoghi “sessantottini”
MARIO PINTAGRO
C’è una Dyane che avanza lentamente in via Ruggero Settimo nel corteo del liceo artistico, seguita da un fiume di gente. È il 1968, Palermo è in piazza con migliaia di studenti e lavoratori. Cinquant’anni dopo Mario Bellone, operatore culturale e memoria storica della città, riprende quella foto in mano e prova a ricomporre una geografia minima dei luoghi della contestazione, per ricollocare i tasselli della memoria: «Avevo sedici anni ma ho avuto amici più grandi che mi hanno istruito, consigliato e gettato nella mischia. E insegnanti come Beppe Fazio ed Enzo Patti. Successivamente anche Giacomo Baragli, Manlio Geraci, Ines Panepinto. Un privilegio averli conosciuti. C’ero pure io in quel corteo.
Frequentavo il liceo artistico perché ero rimasto affascinato da un restauratore sotto casa, in via Garibaldi, che mi aveva insegnato l’arte e finì per lasciarmi tutto». E proprio in via Garibaldi (che radunava la fabbrica dell’anice Tutone e la fabbrica di conserve Raspante) c’era la sezione comunista “Melisenda”. Lo studente Bellone comincia a frequentare Maurizio Li Vigni e il pittore Toti Garraffa: «Oggi che fai? Era il suo refraine mi condusse al circolo Labriola, che poi divenne Lenin, in via Costantino Nigra. Fu la mia palestra politica. C’era Mario Mineo che faceva discorsi bellissimi e io lo ascoltavo incantato. Fu il mio battesimo con il mondo della contestazione.
Imparai a battere a macchina, inserire la matrice, girare la manovella del ciclostile per fare i volantini. Poi, di corsa verso tutte le altre scuole a seminare il nostro credo. Diventammo compagni, militanti. La prima scuola ad essere occupata credo fu il Cannizzaro, seguirono l’Artistico e le altre. Si passò quell’anno a coinvolgere le altre scuole, anche quelle più riluttanti, ma alla fine persino il Don Bosco e le Ancelle cedettero ai richiami della contestazione».
Per strada, davanti al consolato americano di via Marchese di Villabianca, un drappello di manifestanti capitanato da Franco Padrut protesta vibratamente contro la guerra in Vietnam.
L’ufficio politico della questura scheda, perquisisce i manifestanti. «Noi scappammo, eravamo ancora minorenni — prosegue Bellone — Padrut passò i guai e finì dentro per alcuni mesi.
Poi c’erano i parafulmine, i pluridenunciati fratelli Cipolla».
Per fare la lotta di classe occorre documentarsi, ampliare gli orizzonti e non basta andare al circolo Labriola, dove c’era anche Gianni Riotta. E allora tutti alla libreria Nuova Presenza, dietro piazza Croci, a comprare libri per imparare tutto sul comunismo. Da Marx a Lenin con poche lire, Editori Riuniti. Ma qualcuno faceva espropri proletari e non passava dalla cassa. Impegno politico tanto, divertimento poco.
«Il mio amore per il cinema è stato alimentato dal cineforum di Casa Professa. Lì Baldo Maggiore proiettava film di Godard, Bunuel, Bergman». I padri gesuiti guardavano anche loro in disparte ed apprezzavano. Guai a vedere film non impegnati. E allora, via alla ricerca di cinema e arene negli angoli sperduti della città, a vedere film precipitati in terza visione. Tutti in macchina con Luciano Conti, quello della Dyane. «Ci dicevamo: compagni, se vogliamo cambiare il mondo non possiamo rimanere sempre nello stesso posto, dobbiamo andare anche in periferia, a conoscere le altre realtà».
In città è un fiorire di piccoli teatri. In via Emerico Amari c’è il Teatro dei 172, così chiamato per il numero di posti a disposizione, universitari che facevano capo a Gabriello Montemagno e Beno Mazzone (che quell’anno in vicolo Sant’Uffizio avrebbe inaugurato il suo Teatro Libero con “Insulti al pubblico” di Peter Handke) e, in via Miraglia, il teatro Bunker di Nino Drago. In via XX Settembre c’erano i Travaglini di Salvo Licata e Antonio Marsala, dove un giovanissimo Ignazio Garsia suonava il piano in salopette e c’era Giorgio Li Bassi. La libreria Flaccovio, in via Ruggero Settimo, era diventata un ritrovo culturale mentre al Pensionato universitario di San Saverio Aurelio Pes e Piero Violante avevano creato una discoteca, intesa come luogo dove poter ascoltare musica. Fu l’incontro con i fuori sede mentre la domenica mattina si andava al Golden ad ascoltare la Sinfonica. E il sabato? «Di ragazze manco a parlarne, il sabato era destinato a interminabili partite a ping pong, nella sala giochi dove c’è ora l’Agricantus».

La Repubblica Palermo, 2 febbraio 2018

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