lunedì 26 febbraio 2018

Il reportage. Il collegio Monreale per la Camera. Battaglia porta a porta in 42 comuni l’avversario è l’astensionismo

GIUSI SPICA
Candidati fra paesi spopolati e l’ombra della mafia. Ci sono due derby ex dc per centrodestra e centrosinistra, un grillino sfida un “epurato”
La battaglia più dura si combatte a Monreale, il terzo comune più grande della provincia con i suoi 39 mila abitanti. Conteso tra il centrodestra a trazione democristiana dell’ex ministro all’Agricoltura Saverio Romano e il centrosinistra che punta tutte le fiches su un altro ex scudocrociato approdato dopo vari giri nell’orbita di Matteo Renzi: l’ex deputato regionale Salvo Lo Giudice. Ma non è l’unico derby che si gioca nello sterminato collegio uninominale della Camera che abbraccia 42 comuni e 308 mila abitanti: un tempo cittadini a Cinquestelle entrambi, oggi corrono con simboli diversi il farmacista grillino di Corleone Giuseppe Chiazzese e l’agente immobiliare in campo con Liberi e Uguali Serafino La Corte, per 5 anni portaborse di uno primi “epurati” di M5s, l’ex senatore Francesco Campanella.
Una guerra senza esclusione di colpi che vede schierato l’uno contro l’altro gli “ex amici”, impegnati in una frenetica campagna porta a porta lungo decine di chilometri di strade dissestate, trazzere, campi strappati a Cosa Nostra, in un territorio storicamente ad alta densità mafiosa.

Urologo nelle più importanti cliniche private palermitane, Lo Giudice inizia la sua carriera politica nel 2007 al Consiglio comunale di Palermo con la benedizione di Antonello Antinoro e dello stesso Romano, allora segretario regionale dell’Udc. Nel 2012 sbarca all’Ars con la lista Musumeci con un bottino di 8mila preferenze.
Dopo un breve passaggio a Grande Sud di Gianfranco Micciché, approda alla corte di Salvatore Cardinale con Sicilia Futura. Alle ultime Regionali si candida nella lista Arcipelago che fa capo al centrosinistra di Fabrizio Micari ma non viene rieletto. Oggi tenta il salto in Transatlantico col Pd. «Sono rimasto folgorato da Renzi — ripete nel piccolo comitato elettorale allestito sul corso — il Pd è l’unico partito che è riuscito a tirar fuori l’Italia dallo stallo, ha fatto ripartire il Pil e ha creato un milione di posti di lavoro». A chi lo accusa di aver cambiatocasacca, ribatte che lo ha fatto per convinzione politica nel momento in cui gli altri, subodorando la sconfitta, passavano al fronte opposto.
Sa di non partire favorito nella sfida con l’ex ministro originario di Belmonte Mezzagno, Romano, che lo insidia nel suo territorio.
Nelle ultime settimane, Romano è riuscito a cooptare ben 5 consiglieri comunali Pd passati al centrodestra e il sindaco di centrosinistra Piero Capizzi, presente alla convention di Noi con l’Italia-Udc giovedì sera al Collegio di Maria. Un “ribaltone”, accusa il circolo cittadino del Pd che ha ritirato la delegazione di assessori per protesta contro il “cambio di colore” della giunta. I dem sperano di recuperare a Carini dove possono contare sull’appoggio del sindaco Giovì Monteleone.
Ma la “campagna acquisti” di Romano continua altrove. A Ciminna ha trovato l’appoggio del sindaco di centrosinistra Vito Barone, a Baucina quello del primo cittadino Ciro Coniglio.
«Perché il nostro — spiega — è un progetto che si basa sulla competenza». Una “chiamata alle armi” per gli ex amministratori e i loro rampolli cresciuti sotto lo Scudocrociato arriva dal palco del cinema Roma di Bagheria, dove Romano interviene a sostegno di Ester Bonafede candidata al Senato: «Il nostro nemico politico non sono i Cinquestelle, ma il disagio sociale che spinge le famiglie verso la deriva grillina», insiste prima di salire sulla Jeep scura con autista che lo porterà a Partinico.
Niente a che vedere con l’auto elettrica a bordo della quale viaggia Giuseppe Chiazzese, il farmacista trentaseienne pioniere di M5s a Corleone, l’unico che — secondo i sondaggi — può contendere a Romano la vittoria. Da quando ha risposto “sì” alla proposta di candidatura, non si è mai fermato: è stato a Bisacquino, Mezzojuso, Giuliana, Chiusa Sclafani, Lercara Friddi, San Cipirello: «Sembrano paesi fantasma, spopolati per colpa del cattivo governo di questi anni. A Giuliana quest’anno si sono iscritti in prima elementare solo cinque bambini. Venti anni fa si formavano tre prime classi. La vecchia classe politica di destra e sinistra chi vuole rappresentare se qui non rimane più nessuno?
La gente è stufa di tutto. È stufa anche della mafia».
Nella piazza dove Chiazzese apre ogni giorno la saracinesca della sua farmacia, c’è chi non la pensa così. Parola di La Corte: «A Corleone, nel paese commissariato per infiltrazioni mafiose, un anziano mi ha detto che non avrebbe mai votato per il mio partito, il partito di Grasso, perché ha lasciato morire Totò Riina in carcere». Eppure qui, in uno dei collegi più a rischio, la mafia non sembra tra i temi caldi della campagna elettorale.
«Dove sono i pacchi spesa e i buoni benzina? Questo spesso mi chiedono le persone che incontro in strada», dice La Corte saltando tra una bancarella e l’altra del mercatino di Misilmeri per distribuire i facsimile. Sa che è difficile sfondare in un territorio dove ancora il peso del voto di scambio è forte. «Ma il nostro progetto è incentrato sul diritto al lavoro e sui temi dell’ambiente e della legalità». Per 5 anni è stato assistente parlamentare di Campanella, il suo “mentore” politico che ha rinunciato a ricandidarsi. In caso di sconfitta tornerà a fare l’agente immobiliare a Bagheria, ma «continuerò a impegnarmi sul territorio».
Tornerà al suo lavoro al call center anche Francesca Tumminello, la quarantenne dipendente della società British Telecom candidata con Potere al Popolo: «È l’unico soggetto che si oppone alle politiche di precariato portate avanti in questi anni», dice mentre sfila lungo le vie di Palermo durante il corteo antifascista. La sua, come quella degli outsider Caterina Cerda per Casapound, Fabio Ferranti per Il popolo della famiglia, Ignazio Gendusa per Italia agli italiani e Daniele Urso per il Partito comunista, è una candidatura di testimonianza, in un collegio dove per tutti il nemico da battere resta la “disaffezione” alla politica che alle Regionali ha portato 52 elettori su 100 a disertare le urne.

La Repubblica, Palermo, 25 febbraio 2018

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