domenica, febbraio 04, 2018

Il museo. “Spartenze”, emigrazioni di ieri e oggi

Una stanza del Museo delle Spartenze di Villafrati
MARTA OCCHIPINTI
A Villafrati una delle otto esposizioni che in Sicilia ricostruiscono le fasi migratorie Vecchie e nuove fughe in cerca di fortuna
Un filo di lana di un gomitolo univa da un capo all’altro due vite prossime alla separazione. Quando diviso dal mare, quel filo si spezzava, l’addio ai propri cari diventava realtà, oltre che speranza che quella parte di tessuto lacerata ritrovasse negli anni la sua metà.
Si usava così tra i migranti siciliani di fine Ottocento, quando il distacco forzato dalla crisi agricola o dalla reazione di protesta per la soppressione dei Fasci dei lavoratori portava a quella che Tommaso Bordonaro definì la sua «dolorosa e straziande spartenza». Il distacco, cioè, dalla propria terra e dai propri affetti, ricuciti spesso solo attraverso teneri ricordi fatti scorrere da una penna su un foglio di carta.

«Ti abbraccio caremente», scriveva Ciro Bivona che alla sorella siciliana mandava oltre ai baci «un elegante orologio a bracciale, un frigiatore e la macchina di dischi con brano all’americano» per fare prova di «potere fare del tutto a soddisfare a tutti». E c’era anche chi si scusava di «avere dimenticato a mattere lo frangobullo» per rispondere a una lettera tanto aspettata e scrivere ai propri figli di stare bene, «come spero di voi tutti».
Alle “spartenze” dei siciliani tra Otto e Novecento è dedicato il museo dell’emigrazione di Villafrati. Un percorso di quattro sale espositive che ricostruiscono le fasi della migrazione nell’Isola, dalle cause storiche della partenza all’integrazione nelle nazioni ospitanti, con fotografie di Nino Randazzo e Tony Gentile a testimonianza dei flussi migratori contemporanei nel Mediterraneo.
Il museo ha sede nelle sale del settecentesco palazzo Filangieri, per più di un secolo sede amministrativa dei feudatari conti di San Marco principi di Mirto. È un viaggio nel silenzio, quasi di rispetto, quello che si apre al visitatore, accolto all’ingresso dall’opera di Domenico Giammanco: una grande scritta con lettere a rovescio create da fili di lana. Gli stessi del gomitolo del distacco che si fa simbolo del museo.
A cosa servono, infatti, i frammenti umani se non a essere ricomposti in un tutto unico? Valigie raccolte da donatori o acquistate ai mercati dell’usato di Ballarò e piazza Marina riempiono le stanze del museo, alternandosi a strumenti agricoli dell’epoca, registri della Capitaneria di porto di Palermo e manifesti pubblicitari che incoraggiavano il grande sogno americano. Ci sono bauli, documenti di visto, passaporti di famiglie che oggi si trovano disperse per il mondo, alcune in America o in Australia, come quella dei fratelli D’Aleo, partiti per New York alla fine dell’Ottocento, le cui fotografie campeggiano dietro un elegante tavolo stile anni Venti per ricreare l’atmosfera dei social club italiani nel mondo. C’era chi partiva per bisogno, sfidando con coraggio lunghi viaggi oltreoceano rischiandola vita, come le tredici vittime di Mezzojuso morte nel naufragio del piroscafo inglese Utopia, colato a picco a largo di Gibilterra nel 1891. Ma c’era anche chi sognava il Nuovo Mondo, appassionandosi tra le pagine del Calendario Atlante De Agostini.
«Affettivamente – scriveva al nipote un bracciante da “Noyorki” nel 1956 – confronta la vista delle ochi a tutto questo traffico».
L’America era il simbolo della modernità e chi tornava in Sicilia portava con sé nuovi ideali di cambiamento. Tra il milione di siciliani che si imbarcano a Palermo, vi fu Ignazio Mercante, bracciante della colonia agricola di Thibodaux in Louisiana dove nacquero i suoi dieci figli. Il quinto, Salvatore, tornato in Sicilia fu registrato all’anagrafe come originario di “Pipitò Aux” e nel secondo dopoguerra guidò i contadini nella lotta per la riforma agraria, poi eletto sindaco meritandosi l’appellativo di “patri di li puvureddi”.
È una Storia nelle storie. Accanto ai manifesti delle compagnie di navigazione, come quella Florio, si fanno largo le numerose le lettere «dalla lontana America»: pezzi di memorie talmente fitte da non bastare a volte neppure un foglio, esaurito in tutti i suoi lati con scritte a rovescio per ovviare alla mancanza di carta. E tra le lettere ci sono anche gli autografi del bracciante di Bolognetta Tommaso Bordonaro, autore di un caso letterario del Novecento, che ha fatto dell’autoscrittura uno strumento di emancipazione.
«Abbiamo messo in pratica una forma di Public history, modello americano di studio per fare la storia fuori dalle accademie – afferma Santo Lombino, direttore scientifico del museo – Abbiamo messo insieme la memoria delle famiglie migranti del Novecento assieme al lavoro di reporter come Salvo La Barbera o Tony Gentile, riunendo i fili della storia tra passato e presente».
Tra i progetti del museo c’è la realizzazione di una quinta sala dedicata all’emigrazione italiana tra gli anni Sessanta e Settanta, con un’attenzione particolare ai lavoratori stagionali che partirono per la Svizzera, abbandonando i propri figli o portandoli di nascosto con sé. Furono i cosiddetti “bambini invisibili”.
Come invisibili sono oggi i volti dei migranti dispersi in mare. Di loro rimangono solo oggetti. Bussole, come quella ritrovata da Salvo La Barbera su un barcone nel Canale di Sicilia.

La Repubblica, 3 febbraio 2018

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