lunedì 26 febbraio 2018

Berlusconi è l’avversario, niente pasticci con lui

L'abbraccio di Gentiloni e Veltroni sul palco dell'Eliseo a Roma
Walter Veltroni
Pubblichiamo un estratto del discorso di ieri di Walter Veltroni al teatro Eliseo di Roma .
Voglio essere chiaro, è solo il mio pensiero. Si è perso, malamente, il referendum costituzionale. Ma le ragioni della necessità di un cambiamento, nel solco della nostra splendida costituzione, che accentui la capacità di decidere dell’esecutivo e di controllare con spietato rigore da parte del parlamento rimangono, per me, del tutto attuali. Altrimenti, continuerà il mix di consociativismo e rissa. E continuerà quel ributtante trasformismo che nell’ultima legislatura ha portato a 500, diconsi 500, cambi di gruppo da parte di un terzo dei parlamentari. Un orrore che è alla base della disaffezione. E ora siamo al colmo di candidati - gli espulsi, gli ammoniti e i diffidati del movimento cinque stelle - , che la destra è già pronta, se eletti, ad accogliere sulla base della garanzia ideale programmatica che manterranno tutto lo stipendio. Per cui elettori dei Cinque stelle si troveranno a votare persone che poi andranno a destra. E guardate che queste furbizie riguardano tutti, nessuno si senta escluso. Va bene che in Costituzione non c’è il vincolo di mandato, ma non c’è neanche l’obbligo di ingannare gli elettori.

Io sono e rimango per la democrazia dell’alternanza. E sono, non ho nessun imbarazzo a dirlo, perché in Parlamento, tra tutte le forze politiche, si cerchino sempre accordi sulle regole del gioco. Il governo è di una parte, quella che ha vinto le elezioni. Il Parlamento è di tutti. E le riforme istituzionali si deve cercare di farle con il consenso più ampio.
Ma il governo non è il territorio per pasticci. Io spero che da queste elezioni emerga una maggioranza chiara. Se questo non avverrà penso, è di nuovo solo la mia opinione, che si debba fare una legge elettorale con un premio di maggioranza al livello che la sentenza della Corte ha stabilito, si debbano costituire perciò coalizioni coese su un programma e poi far decidere gli italiani. Ma solo se si ha la sicurezza, cito Renzi e me stesso, «che la notte delle elezioni si saprà chi governa». Io credo nel riformismo e so che il riformismo lo fanno i riformisti, non alleanze spurie e improvvisate, pasticci che gli elettori non capirebbero.
(...) Quando ci fu la campagna elettorale nel 2008 io usai l’espressione, parlando di Berlusconi, «il principale esponente dello schieramento a noi avverso». Non lo facevo per altro, ovviamente, che per segnalare che la nascita del Pd doveva significare l’uscita dell’Italia da un periodo in cui Berlusconi era stato il centro di ogni cosa, facendo perdere al nostro paese anni preziosi di riforme e modernizzazione. Ma vorrei, per chiarezza, che ritornassimo al chiaro significato politico delle parole di quella frase. Berlusconi è e resterà: «Il principale esponente dello schieramento a noi avverso». La bellezza della politica deve fondarsi sulla nettezza delle differenze, sull’ assenza dell’indistinto, della marmellata.
(...) Il Pd, la sinistra, deve essere dovunque una diseguaglianza si manifesta, una ingiustizia avvelena la vita dei più deboli. La sinistra, il Pd non possono accettare ad esempio che un ragazzo o una ragazza vengano pagati 33 centesimi l’ora per il suo lavoro. E’ nuovo schiavismo, non altro. Tra quei ragazzi, deve essere il Pd che avevamo immaginato. Se non lo farà lascerà il campo alla destra. Quella estrema. Quella che oggi non esita più a definirsi fascista.
Serve, in questa confusione, che emerga un progetto di società, di relazione tra le persone, qualcosa che accenda nei cuori e nelle menti un’emozione, una speranza tanto forti da combattere e sconfiggere la paura. Serve, come avrebbe detto Enrico Berlinguer, un pensiero lungo, capace di unificare la società. E bisogna essere, lo ripeto, dentro il popolo, dentro il suo malessere, il suo disagio.
(...) Se dovessi dire le tre cose che mi piacerebbe emergessero in questa ultima settimana di campagna elettorale le direi così, per titoli. In primo luogo la lotta alla precarietà e moderne garanzie di certezza di vita e di lavoro. C’è poi un grande assente in questa campagna piena di frivolezze e di mirabolanti promesse. Parlo dell’ecologia, delle politiche di sviluppo compatibile. Ma resta ahimè centrale per l’Italia la battaglia contro la corruzione e per la moralità della vita pubblica che passa da una lotta senza quartiere contro mafia, camorra e ‘ndrangheta.
(...) Non ho il mito della sinistra unita ad ogni costo. Ma conosco la vita e la storia di molte delle persone che hanno lasciato il Pd e non necessariamente per andare in altre formazioni. Persone che oggi sono agli angoli, magari deluse, incerte. Vorrei dire loro: non disperdetevi, in un momento così difficile, così pericoloso. Non state a guardare, anche se avete rabbia e se qualcosa non vi piace, non vi piace proprio. Aiutate questo paese a non perdersi. Un vecchio saggio diceva «E’ meglio accendere una candela che maledire l’oscurità». L’Italia oggi ha bisogno di luce. Non di buio, non di confusione, non di odio. Di luce.
La Repubblica, 26 febbraio 2018

Nessun commento: