martedì 9 gennaio 2018

S T O R I E. Dopo il fallimento. La fabbrica della mafia salvata dagli operai

Gli operai della Calcestruzzi Belice durante una fiaccolata per salvare il lavoro
ALESSANDRA ZINITI
Alla faccia di tutti quelli che li avevano ormai dati per morti. Alla faccia dell’insensata burocrazia, dell’irragionevole ingiustizia. E tutto sommato anche dei boss. Loro, gli undici testardi, folli e disperati dipendenti di quella che, in mano alla mafia, era una delle più floride realtà del cemento siciliano e in mano allo Stato era già stata dichiarata fallita, loro, undici semplici padri di famiglia, con alle spalle solo i sindacati, la Chiesa, Libera e alcuni amministratori locali, si sono ripresi l’azienda e soprattutto sono stati capaci di rimetterla sul mercato a livelli più che competitivi. Settantamila euro di fatturato mensile, con l’obiettivo di tornare al milione di euro l’anno di quando i padroni erano i boss Rosario e Vitino Cascio, significano il ritorno alla vita per la Calcestruzzi Belice. E significano una grande vittoria in tempi in cui, troppo spesso, le aziende sequestrate e confiscate ai boss si tramutano quasi sempre in vuoti a perdere in mano agli amministratori giudiziari che non sembrano avere i numeri per opporsi alla terra bruciata di un mercato drogato dall’economia illegale ma neanche ai frequenti ostacoli giudiziari.
Come quello che ormai più di un anno fa ha messo ko la Calcestruzzi di Santa Margherita Belice per un banalissimo debito da 30.000 euro con l’Eni contratto dalla vecchia gestione. Debito non saldato dall’amministrazione giudiziaria e che ha condotto l’azienda al fallimento dichiarato dal tribunale di Sciacca nel 2016 con la conseguente chiusura della cava e il licenziamento degli 11 dipendenti.
Una situazione paradossale alla quale sembrava non ci fosse alcun rimedio. L’anno scorso, in questi stessi giorni, erano scesi in campo l’arcivescovo di Agrigento Francesco Miccichè e il fondatore di Libera don Luigi Ciotti dichiarandosi disponibili a intervenire personalmente per trovare i 30.000 euro necessari a salvare l’azienda. Poi una lunga battaglia sindacale e giudiziaria ha portato alla svolta, il ribaltamento della sentenza di fallimento in corte d’appello e il riaccendersi delle speranze. È finita con la firma di un protocollo d’intesa al Viminale che ha consentito agli undici lavoratori di essere riassunti e di poter ottenere tutte le non facili licenze per la ripresa dell’attività estrattiva.
In soli cinque mesi gli undici lavoratori hanno riconquistato il loro spazio di mercato portando a 70.000 euro il fatturato mensile. E al 31 dicembre hanno brindato al 2018 con l’obiettivo di riportare la Calcestruzzi Belice ai tempi d’oro di un milione di euro all’anno. Per non far dire mai più che la mafia porta lavoro e l’antimafia no.

La Repubblica, 8 gennaio 2018

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