martedì 9 gennaio 2018

MAFIE. E ADESSO PURE IL NORD HA SCOPERTO LE “FAMIGLIE”

Attilio Bolzoni
Fino all’altro ieri non c’era. Non c’era e sicuramente non ci sarebbe stata mai. Almeno così pensavano e dicevano a Milano, a Torino, in Veneto, fra Reggio (Emilia) e Modena. Di più: lassù, al Nord, si sentivano pure offesi quando qualcuno provava a metterli sull’avviso che quei “galantuomini” erano arrivati dappertutto e si stavano prendendo tutto. Per gli italiani che vivono sopra Roma la mafia era sempre stata considerata una sorta di malapianta meridionale, qualcosa «incarnata nei costumi ed ereditata con il sangue». Era siciliana. Era calabrese. Era napoletana.
Eppure i primi boss avevano invaso le regioni settentrionali con la loro mentalità predatoria già nel 1963 — più di mezzo secolo fa — dopo che il ministro dell’Interno del tempo Mariano Rumor ebbe la “geniale” idea di deportare gli “associati” lontano dai loro territori d’origine. Prima arrivarono i siciliani, poi i napoletani, poi ancora i calabresi. E, per più di quattro decenni, nessuno li ha mai disturbati. Prefetti della Repubblica che facevano come le tre scimmiette, una magistratura sonnolenta, un’imprenditoria scaltra, una “società civile” che ha preferito voltarsi dall’altra parte. Quelli intanto commerciavano in stupefacenti, fondavano “locali”, conquistavano mercati. Un’infezione.

Ogni volta che qualcuno si azzardava a parlare di “boss al Nord” partivano minacce di querela. È capitato anche al presidente della Commisssione parlamentare antimafia Francesco Forgione, nel febbraio del 2008. Un capitolo della sua relazione finale sulla ‘Ndrangheta si addentrava sulla “colonizzazione” mafiosa fra Milano e Torino, subito le contraccuse da destra e da sinistra, dal sindaco di Milano Letizia Moratti e dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino che «si sentiva diffamato come amministratore e come cittadino». Negavano tutti, negavano sempre. Un riflesso condizionato per non sporcare l’immagine di un luogo e la reputazione di una comunità. Un po’ come a Palermo trenta, quarant’anni prima: il danno non lo provoca la mafia ma chi la denuncia.
Oggi le mafie sono diventate troppo potenti per ignorarle e rimuoverle. Fanno troppa paura. Il 2017 si è chiuso con una grande assemblea sui mutamenti delle organizzazioni criminali, gli “Stati Generali della lotta alle mafie” convocati dal ministro della Giustizia Andrea Orlando. Dove si sono tenuti? A Reggio Calabria o aTrapani? A Caserta? A Locri? No, a Palazzo Reale a Milano.

La Repubblica, 8 gennaio 2018

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